ANSIA(mi)

Ci sono parole che non sta bene pronunciare e ci sono parole che si ripetono talmente tante volte da diventare degli intercalari familiari nei dialoghi di tutti i giorni.
C’ho l’ansia. Sto in ansia. Che ansia.  Ansia.
Non mi stupirei se venisse fuori che la parola più pronunciata dalla mia generazione, dopo like e wifi, fosse proprio ansia. 

Eppure mi sembra che di ansia si parli troppo poco. Nonostante pare che ormai tutti abbiano l’ansia, manco ce l’avessero iniettata nella culla ad uno ad uno appena sfornati, non vedo in giro grandi manovre per affrontare il problema. 

Secondo me, il tabù dell’ansia è proprio questo: abusiamo della parola ansia ma poi non ci è dato andare oltre. 
Non si può dire che si SOFFRE di ansia. 
Non si può dire che non si esce di casa perchè c’hai l’ansia
Non si può dire che non ci si è ancora laureati perchè c’hai l’ansia
Non si può dire che non si guida perchè c’hai l’ansia
Non si può dire che non ci si è presentati a un colloquio perchè c’hai ansia
Non si può dire che non dormi perchè c’hai l’ansia
Non si può dire che non vai ai concerti perchè c’hai l’ansia
Non si può dire che si va in terapia perchè c’hai l’ansia

Tanto cosa vuoi che sia? Basta che bevi una camomilla, fumi una sigaretta, ti fai due bei respironi e via si riparte.
Anche io ho creduto fosse così. Ho sempre avuto intorno persone che soffrivano di ansie e ho sempre sminuito le loro emozioni. Mi innervosivo davanti all’immobilità, alle lamentele, alle lacrime. Ma che ci vuole? Vai, fai. È colpa tua se non ci riesci, non ti sforzi abbastanza.
E poi. 
Poi chi di spada ferisce di spada perisce. O per dire le cose come stanno, alla fine quello che ti irrita degli altri, non ti sta parlando di nient’altro che di te stesso.

Per farla molto breve, nel 2014 ho rischiato di morirci di ansia. Era da un po’ che non stavo bene anche se dall’esterno sembrava essere tutto ok. Era partita come una cosa da niente. Non sono pronta per l’esame, vado al prossimo appello. 

Più rimandavo gli esami, più mi chiudevo in casa a studiare e meno riuscivo ad imparare. Pensavo e ripensavo che non ce l’avrei fatta, che il tempo intanto passava e io non riuscivo più a starci dietro, spendevo ore a programmare e riprogrammare lo studio e gli esami che avrei dato, a rimproverarmi per quello che avrei dovuto fare prima, frustrazione su frustrazione, sempre con la mente al prima e al dopo, mai al qui ed ora. 

A dire il vero, in quel periodo mi ero un po’ isolata dal mondo ma le persone intorno a me non si erano preoccupate troppo. Le mie cose le facevo, forse ero diventata una persona un po’ più noiosa di prima… Uscivo meno, ero la prima ad entrare e l’ultima a uscire dalla biblioteca ma sembrava andarmi bene così. Infondo cosa c’era di male a tenere allo studio, alla media, alla laurea?

Se mi riguardo indietro ora, mi sembra invece che dentro di me ci fosse tutto quello che non volevo essere e non avrei mai voluto scegliere per me stessa. Ero diventata una persona arrabbiata, sempre nervosa (con le persone con cui potevo permettermi di esserlo), invidiosa, frustrata, giudicante

Sapevo che qualcosa non stava andando ma non capivo cosa e provavo a gestirlo da sola. Faccio questo esame poi andrà meglio, dopo la laurea sarà tutto diverso e poi… e poi… e poi… e invece le cose andavano sempre peggio, esame dopo esame prima, appello rimandato dopo appello rimandato poi… 

Arrivo a maggio 2014 e succede una cosa imprevista, il mio corpo dice basta e lo fa con un sintomo diabolico, l’insonnia. 
All’improvviso smetto di dormire. Questa cosa dura 10 infiniti giorni in cui dormo una media di 3 ore a notte. Divento un fantasma e inizio a pensare di essere diventata pazza. Ho davvero creduto di morire. Era un’estate torrida, c’erano 40 gradi. Io provavo a studiare ma niente, mi aggiravo come uno straccio per casa con la testa che ripeteva in loop: studia, dormi, sei pazza, hai perso tempo, la tua vita è finita, sei una fallita, sei pazza. Avevo paura di me stessa. Ricordo che un giorno arrivai a chiedere a mio padre di starmi vicino mentre provavo a dormire perché avevo paura di stare da sola. L’ansia mi stava letteralmente corrodendo. 

In preda a questo delirio, una sera raggiungo un’amica, che forse è più una sorella, che forse è più un angelo custode, in un posto in centro che fa piadine. E come sanno fare solo quelle persone che ti conoscono meglio di te stessa (e hanno studiato psicologia) mi dice due cose che mi salvano la vita: 
1 – Tu non sei questo. Tu sei altro. Ti voglio bene, ti conosco da sempre e ora non sei lucida. Sei in un loop e non vedi le cose per come sono. Fidati. Questo momento è solo un momento. 
2- Basta fingere di non avere un problema. Questa è una malattia. È come se avessi la polmonite e ti aspettassi di farla passare da sola. Ti uccideresti e a dire il vero stai facendo. Domani chiami un terapeuta e ti fai aiutare.

Poi abbiamo mangiato la piadina e da quella sera è andato tutto in discesa.

Ricordo con molto affetto quando chiamai la terapeuta per prendere il primo appuntamento, le dissi che avevo bisogno di aiuto perché stavo impazzendo e feci la stessa identica cosa entrando per la prima volta nel suo studio:

Sì buongiorno, ho un problema. Sono impazzita.

Dicevo che le cose poi sono andate in discesa. Prima ho iniziato a dormire, poi ho iniziato a studiare in modo sano e a vivere il tempo libero come tale, libero. Libero da seghe mentali inutili, da sensi di colpa, da loop degeneranti nel mio cervello. Non è stato facile. Ho vissuto giorni orribili, con pensieri devastanti nella testa provandole tutte per farli smettere (ho pure iniziato ad andare a correre). Ho dovuto passarci e ripassarci in mezzo ma ho imparato. 

Ho imparato cos’è l’ansia, ho imparato ad affrontarla, ho imparato a gestirla e a riconoscerla ogni volta che torna e impedirle di bloccarmi la vita. 

A maggio avevo smesso di dormire, a luglio ho dato procedura civile. Anche lì ho avuto accanto un’altra amica, che forse è più una sorella, che forse è più un angelo custode, che mi ha accompagnato a dare l’esame, che mi ha preso per un polso quando me ne volevo andare e che in quelle quattro ore di attesa con 40 gradi in palazzo Malvezzi mi ha fatto ridere a crepacuore commentando le follie che si vedono solo agli orali di giurisprudenza. 
Poi mi hanno chiamato e io volevo morire dentro. Prima domanda, poi seconda, poi terza. Signorina va bene, 27. Accetta? Accetto. 
Dopo ho recuperato tutti gli esami che avevo indietro, sono andata in Erasmus, ho scritto la tesi e marzo 2016 mi sono laureata in pari con quasi il massimo dei voti. 

Ma la cosa più bella è stata che arrivata alla laurea, l’evento che avrebbe dovuto svoltarmi la vita e cancellare tutte le mie ansie, l’unica cosa di cui mi importava era di aver riportato tutto alla normalità. Quelli erano solo esami e quello era solo un pezzo di carta. Sudato certo, ma che non faceva di me né una persona migliore né peggiore. 

Quello non è stato un lieto fine, dubito francamente esistano su questa terra. Dopo ci sono stati tanti altri problemi tra cui lutti, dubbi esistenziali, trasferimenti, delusioni professionali, cuori infranti ma per quanto dolorosi, aver imparato a combattere l’ansia li ha resi solo problemi. Problemi che causavano notti insonni, tantissime notti insonni a dire il vero, ma gestibili. Sia chiaro che ho pensato fossero gestibili solo una volta superati, non sono mica diventata wonder woman: superare l’ansia non anestetizza il dolore ma ti permette di affrontarlo. 

A cinque anni di distanza posso dire di essere grata di quell’esperienza (che non auguro comunque a nessuno). Soffrire di disturbi d’ansia mi ha insegnato a prendermi cura delle mie ferite, mi ha fatto conoscere quella parte di me che oggi considero la più intima e vera, mi ha permesso di accettare e amare i miei limiti e di farne la mia più bella risorsa. È sempre grazie all’ansia che ho iniziato a guardare gli altri con occhi diversi: ho imparato a non giudicare le emozioni altrui (o almeno ci provo), a riconoscere la sofferenza, ad ascoltarla e ad accoglierla. È grazie all’ansia che è entrata nella mia vita un’altra amica, che forse è più una sorella, che forse è più un angelo custode. Mi chiamò su Skype a pochi mesi da quando ci eravamo conosciute dicendomi che aveva iniziato a soffrire di attacchi di panico e pensava di stare impazzendo. E come una cura che si tramanda di amore in amore, le dissi esattamente quello che meno di un anno prima mi ero sentita dire al suo posto davanti a una piadina (numero della terapeuta incluso). 

Oggi so che l’ansia è una malattia e la notizia meravigliosa è che al contrario di tante altre malattie, con la terapia è curabile.
Giudicare chi soffre di disturbi d’ansia è come giudicare chi è malato di polmonite. Non mi permetterei mai di dire a qualcuno cose tipo: ma dai, ma quante storie, è solo una polmonite. Dai, respira che ti passa. Vai dal medico per la polmonite? Sei uno sfigato. Va beh dai non lamentarti, tu hai la polmonite ma cosa credi che io non tossisca mai? è colpa tua se hai la polmonite, dai tirati su.

Maggio è il mese della salute mentale e io ci tenevo a condividere questa parte della mia vita perché so che ci si sente molto soli e molto giudicati quando si soffre di disturbi come l’ansia o la depressione. I tabù funzionano proprio come l’ansia: più li eviti, più diventano grandi. Più li affronti, più diventano sempre più piccoli e normali, fino a scomparire. Una figata, no?

2 thoughts on “ANSIA(mi)

  1. Non ho ben capito: intendi “stato d’ansia” come patologia (le cosiddette “crisi di panico”)? O come forma prodromica di altre patologie come la depressione? O come uno stato più lieve tra l’anedonia e la pressione da performance?
    Non direi che nel nostro mondo non si possa parlare di ansia o cose del genere. Tutti ne parlano: anche gli stessi eroi/eroine di romanzi, film, serie tv, sono spesso tratteggiati con queste “attitudini”. Siamo la generazione più terapizzata della storia dell’umanità,e quella probabilmente con la maggiore assunzione di psicofarmaci e altri palliativi per la nostra psiche. E comunque rimaniamo senz’altro quella più ansiogena in assoluto. Come mai? Qualcuno potrebbe tirare fuori il luogo comune comunque sempre valido, della necessità di curare le cause e non gli effetti del problema.
    Credo che non sia soltanto lo stile di vita (che conterà almeno per il 70%), ma anche una sorta di sterile loop auto-analitico, che invece di risolvere i problemi li eleva al quadrato (che è poi il fondamento della paranoia). In realtà questa critica sarebbe applicabile anche al tuo articolo, se non fosse per l’incontro davanti alla piadina.

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