Un anno con me

A giugno del 2018 mi sono trasferita nella mia attuale casa. Un appartamento al primo piano fatto di due camere, un bagno, un salotto, una cucina e un giardino. La casa era completamente spoglia, non c’era che l’essenziale: il divano, la televisione, un letto matrimoniale composto da due materassi singoli messi vicini.

L’ultima volta che ci avevo messo piede era la primavera del 2016. Era il giorno di Pasqua, tre giorni prima mi ero laureata e aspettavo con ansia la fine del mese di aprile, quando sarei partita per Londra. La casa dei miei nonni era invasa di profumi, eravamo tutti intorno al grande tavolo allungato del salotto. Non lo ricordo, ma sono certa di aver pensato che ero felice. 

Poi le cose cambiano in un secondo e pochi giorni dopo mia nonna se n’è silenziosamente andata e con lei poco dopo anche il nonno. E io sono andata a Londra con un biglietto di sola andata che poco dopo è diventato di ritorno e sono iniziati i due anni più complicati della mia vita fino ad oggi. Due anni passati alla ricerca di un posto mentre la valigia diventava sempre più pesante, piena com’era di paure, dubbi e senso di inadeguatezza.

A giugno dell’anno scorso ero tornata al punto di partenza. Ero di nuovo nella mia città, avevo iniziato un nuovo lavoro e, per la prima volta nella mia vita adulta, ero sola. 

I cuori spezzati li rappresentano tagliati nel mezzo con una linea a zigzig ma non la trovo un’immagine realistica. I cuori non si spezzano, si distruggono ed il mio era ridotto in macerie troppo piccole e frastagliate per essere incollate di nuovo insieme. Le avevo abbandonate in mezzo agli scatolini portati in casa nuova, che di certe zavorre, per quanto ingombranti, è difficile sbarazzarsi. 

E così, tra la polvere di una casa disabitata e le macerie del cuore, è inizia la mia vita da sola.

Quest’anno è stato il mio rito di iniziazione. Nelle fiabe i protagonisti per conoscere se stessi partono per un lungo viaggio, il mio è stato all’interno di una casa vuota, certi giorni troppo grande per una persona sola, certi altri troppo piccola per tutti i pensieri che mi giravano in testa. 

Passare un anno con me stessa è stato un processo difficile e doloroso. Non ero in terre lontane, varcato il cancello di casa ero di nuovo alla mia vita di prima. C’erano gli amici di sempre, e grazie al cielo che c’erano, c’era la routine del lavoro, la mia famiglia, i soliti posti, le solite facce. Quando tornavo a casa invece era tutto diverso. Non c’era nessuno ad aspettarmi per cena e quando era ora di dormire, il letto matrimoniale composto da due materassi singoli messi vicini sembrava sempre troppo grande. 

Stare da sola non è stata una scelta. Se lo è stata, non ne ero consapevole. Ma è stato l’unico modo per fare spazio a quella persona che mi porto dentro, che pensavo di conoscere ma con cui avevo paura a restare da sola nella stessa stanza e che non ero mai riuscita ad amare del tutto.

Si impara prima ad amarsi o a prendersi cura di se stessi? Penso che le due cose vadano insieme. 

L’estate è stato il periodo più difficile perchè la città era deserta. Avevo iniziato a lavorare solo da alcune settimane e non avevo ferie. In più, dopo una vita passata in coppia, non sapevo davvero che farmene delle ferie. Era così difficile convivere con me stessa. Ero così stanca. Volevo essere qualcun altro ma essere da sola mi riportava sempre a chi ero e a quella situazione che in un modo o nell’altro dovevo affrontare. 

Piano piano ho iniziato a prendermi cura di me stessa, di quella bambina fragile che spente le luci iniziava a piangere tutte le lacrime accumulate durante il giorno. Il primo passo per amarmi, forse è stato quello. Accarezzarmi la testa da sola e abbracciarmi quando ne avevo bisogno. “Andrà tutto bene…”, mi dicevo, “Andrà tutto bene…”

Giorno dopo giorno, sono riuscita ad accettare il presente, mettere da parte i rimorsi e iniziare ad esplorarmi. È stato un processo lungo, pieno i distrazioni e privo di qualsiasi soluzione certa. 

Dopo essermi controvoglia leccata le ferite, ho provato a lasciare andare il bisogno di risposte definitive.
Per anni mi sono ossessionata a pormi domande alle quali era impossibile rispondere.Ho capito che le risposte sbagliate erano solo la conseguenza di domande mal poste. 
“Cosa vuoi fare da grande?” Che domanda assurda! Come dovrei fare a capirlo se a 28 anni ancora non lo so? Sbattendo la testa contro il muro finché non mi appare Re Salomone a rivelarmelo? E perchè devo scegliere una cosa sola?
Chi sei Francesca? Ma che ne so! Ho sei nomi (true story), come faccio ad avere una personalità univoca. 

Per molti mesi a colazione ho ascoltato dei podcast sulla crescita personale (che sono un po’ un feticcio per me, devo ammetterlo). Una mattina, mentre mi seccavo la moka per quattro da sola, qualcuno deve aver detto che per conoscersi bisogna lasciarsi guidare dalla curiosità.

Che cosa mi incuriosisce? Questa sì che è una domanda! 
Curiosità:

  • Viaggiare da sola. Fatto.
  • Fare un corso di fotografia. Fatto.
  • Conoscere il femminismo (e diventarle femminista). Fatto.
  • Imparare a ricamare e a fare la maglia. Fatto (in modo totalmente imperfetto ma fatto). 
  • Capire come si fa un podcast. Fatto (somma, la teoria, prima o poi passiamo alla pratica).
  • Scrivere e aprire un blog. Fatto. 

(Ci sono altre mille cose che avrei voluto fare e non ho fatto – tipo iscrivermi a yoga che ormai è diventata una barzelletta – ci tengo a precisarlo perchè le narrazioni fatte solo di obiettivi raggiunti mi stanno un po’ sulle palle).

Se fossi stata stesa sul letto tutto il tempo a guardare il soffitto chiedendomi chi sono, non avrei fatto nulla di tutto questo mentre darmi il permesso di farmi guidare solo dalla curiosità, mi ha portato dove sono oggi, che non sarà chissà quale posto, ma va bene così.

Quest’anno solitario mi ha poi insegnato a distaccarmi dagli altri, soprattutto da quelli che amo. Non sono diventata la monaca di Monza (per carità) e neanche cuore di pietra Franci ma ho imparato a mettere dei confini. Mi sono sempre lanciata così tanto nelle relazioni da ritrovarmici completamente assorbita e da non riuscire a definirmi se non al loro interno. Tracciare un perimetro invece mi ha permesso di vivere le relazioni in modo molto più consapevole rispetto a prima, proprio perchè le ho rese frutto di una scelta e non una dipendenza. 

Mi sa che questo post sta virando verso la psicologia da quattro soldi… Per concludere vorrei togliermi un sassolino dalla scarpa. Nel corso di quest’anno mi sono sentita dire spesso che “dovevo imparare a stare da sola”.
Che cazzata! (Scusate il francesismo). Poi chissà come mai queste perle le tirano fuori sempre coloro che non ci hanno mai passato neanche un secondo da soli con se stessi. Cosa dovrebbe significare imparare a stare da soli? C’è un manuale da qualche parte forse? Nel caso sarei proprio curiosa di leggerlo. 

Io quest’anno non ho imparato a stare da sola, ho imparato a conoscermi e più mi conosco, più mi voglio un gran bene e più ho voglia di passare del tempo con me stessa. Non sono diventata una persona migliore, sono sempre io, piena di difetti e di fragilità ma ancora una volta, va bene così.
Siamo tutti soli, non c’è nulla da imparare. Al massimo si impara a coltivare una relazione intima con se stessi e vi assicuro che è molto più divertente di quanto ci si possa immaginare.
Almeno con te stesso, puoi essere proprio chi ti pare. Puoi puzzare, puoi pensare cagate che non avresti mai il coraggio di dire ad alta voce, puoi ridere a battute che non fanno ridere, puoi riempirti di desideri, puoi sognare tutta notte, puoi finirti una vaschetta di gelato sul dondolo in giardino, puoi evolvere al riparo da qualsiasi etichetta.

Mancano pochi minuti all’arrivo di luglio, quest’anno è finito e chi l’avrebbe mai detto che sarei arrivata fin qui, che ripeto non è un gran posto, ma va bene lo stesso.

3 – 2- 1

Esprimi un desiderio Franci, esprimi un desiderio! Ah no, quello è per il compleanno. Va beh, io lo esprimo lo stesso. Vorrei, vorrei, vorrei….

(Ps: se vi state chiedendo invece le macerie del cuore che fine hanno fatto, posso solo dirvi che sono ancora lì da qualche parte e per ora non ho nessuna fretta di tirarle fuori).

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