Arrivare. I’m straniera again.

È lunedì sera, sono ufficialmente due settimane che vivo a Brussels. 

Sono in un chiosco del parco del Cinquantenario, ma poi cinquantenario di cosa? 

Ci sono 34 gradi. È caldo come il maggio italiano, sembra che l’estate stia per iniziare mentre i ragazzi intorno a me bevono birra contando i secondi che gli restano prima che torni un freddo cane e un grigiore perenne. Pare sia questione ormai di ore.

Tornare straniera è stato un rinculo terribile. Ero felice di partire, sono felice di essere partita ma certe sensazioni le avevo rimosse.

Prima tra tutte, non sapere che cosa si ordina. Ho appena preso una birra large pensando fosse da 33 cl e mi ritrovo da sola al parco con mezzo litro di birra in personal.

Un’altra cosa che non ricordavo è la difficoltà di esprimere concetti sottili in una lingua che non ti appartiene del tutto, fare battute che vengano capite, capirle a mia volta, abituare il cervello a usare tre lingue contemporaneamente e non riuscire più a dire una frase di senso compiuto. 

“You look sunny”, sono riuscita a dire venerdì a una collega per poi accorgermi che non aveva senso.
“The last famous words. Is it English?”
“No”
“Sorry”

Provare a parlare una lingua nuova

“Je vudre an bier blanc si vu ple”.
“Large or small?”

Poi la rete migratoria. È stano studiare un fenomeno e poi viverlo sulla propria pelle. Quanti saggi ho letto sulla rete migratoria eppure finché non cerchi la tua non lo sai davvero fino in fondo cosa voglia dire.  Ho perso il conto delle birre bevute in questi giorni con sconosciuti, poi non così tanto sconosciuti. È così, gli amici di amici in un posto nuovo diventano la cosa più vicina che hai a degli amici. Per non parlare delle persone contattate dopo anni solo per sentire una voce familiare dopo aver visto la quinta casa orrenda della giornata pensando in lacrime che non ce la puoi proprio fare a tornare a dividere la tazza del water con gente con cui non hai mai neanche bevuto un caffè.

Poi mi passa la voglia di mangiare o almeno nel modo in cui sono abituata a farlo a casa. Cucino in fretta per non occupare troppo la cucina, cucino per me e mangio la stessa cosa a pranzo, a cena e di nuovo a pranzo. Mi conosco, è solo l’inizio, poi mi riabituo. Ma all’inizio proprio non mi va di impegnarmi a fare la spesa cercando di capire quali sono i pacchi famiglia che veramente sarò in grado di finire visto che la tavola l’apparecchio sempre per uno. (In realtà non apparecchio, qua non usano le tovaglie. A Vienna me ne ero portata una, ora non ne ho voglia neanche di fare questo sforzo ma almeno una tovaglietta americana potrei recuperarla). 

Vorrei mangiare patatine tutti i giorni ma lo so che mi fa male,  mangiare fuori poi mi aliena. Devo sforzarmi di fare le cose che farei a casa per sentirmi a casa, lo so. I primi 4 giorni qua ho mangiato solo toast hummus, rucola e formaggio olandese a pranzo e a cena. Non avevo voglia di altro.

Invece oggi sono uscita dal lavoro, ho fatto la spesa e ho approfittato della cucina deserta. Ho pelato le patate, pulito i peperoni, tagliato il leek.
Ho cotto tutto per 30 minuti. Mi sono seduta e in 1 minuto avevo finito di mangiare. Ne è avanzato per domani a pranzo e anche per mercoledì a pranzo e anche se non mi fa nessuna voglia, andrà benissimo.


Poi rileggendo quello che ho appena scritto mi rendo conto di due cose. 

  1. Guardando dall’esterno questa situazione (FR dice che è una delle mie frasi preferite) mi verrebbe da tirarmi due schiaffi. Ma di cosa mi lamento? Ho trovato un lavoro che mi piace, in pochi giorni ho già trovato qualche volto amico, che forse amico è una parola grossa ma paese che vai ridefinizione di te stesso che trovi, ho una bella casa, prossimo weekend torno già a Bolo, posso permettermi tutta una serie di lussi (caffè al bar incluso) che mi permettano di addolcire la pillola, posso telefonare a costo 0 a tutti i miei amici per ore e presto li andrò a prendere all’aeroporto, che la strada che conduce alla casa di un amico non è mai troppo lontana. 
    Non dovrei proprio permettermi di sentirmi sola, nostalgica, impaurita, sola. Cosa dovrebbe di FL che vive al Cairo e mi scrive per sapere se me la sto cavando? E FI che vive in mezzo all’Amazzonia e mi chiama mentre aspetta di prendere un ferry per attraversare il fiume che lì di ponti non ce ne sono? E allora M che viene dalla Serra Leone, ho attraversato il deserto a piedi, i lager libici e le acque del Mediterraneo e forse mai nella tua vita ha saputo cosa vuol dire avere una stanza tutta per sé?
    Eppure le emozioni non si giudicano. Non si scelgono e se queste due settimane sono state molto più difficili del previsto, non posso farci niente se non accogliere quello che c’è e passarci in mezzo. 
  2. Se c’è una parola che sento ripetere in continuazione qui nella europeissima Brussels è expat e io questa parola la odio. “Il soldo fa expat” mi ricorda FL mentre ci raccontiamo le nostre sensazioni da straniere e penso al mio prof di sociologia delle migrazioni che diceva che la ricchezza sbianca e gli piaceva così tanto questa frase che non perdeva occasione per ripeterla. Non sono expat, sono migrante. Sono una straniera con due trolley di plastica al posto della valigia di cartone. Ho pianto anche io dopo aver salutato FR all’aeroporto e ho pianto quando sotto la pioggia il 15 di agosto la mia famiglia mi ha chiamato dal mare dopo il pranzo di ferragosto mentre aspettavo di entrare al cinema da sola. Se solo smettessimo di sentirci diversi dagli altri e guardassimo quello che ci accomuna. Non siamo forse tutti alla ricerca di un posto che possiamo chiamare nostro? Non cerchiamo tutti tra la folla un paio di occhi complici? Non vogliamo tutti sentirci finalmente a casa?

Nonostante le difficoltà del momento, sono felice di essere qui. Sono felice di andare al parco da sola alle 9 di lunedì sera a scrivere per immergermi in quello che mi piace fare, ovunque mi trovi. Sono felice per tutti i fantasmi riemersi in queste notti e del senso di alterità rispetto al posto in cui vivo, che se ti senti diverso da qualcosa significa che comunque sei qualcosa e non è una scoperta da poco. Sono grata per i bisogni che non credevo d’avere, per le mancanze che non pensavo di provare. Sto imparando tanto e alcune strade iniziano a diventare familiari.

Per tutto il resto c’è sempre il chiosco delle patatine con la salsa all’aglio sotto casa. 

Brussels 24.08.2019
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