PRIMO MAGGIO: PARLARE DI DIRITTI E DISOCCUPAZIONE “NON STA BENE”?

Ci sono cose di cui, come diceva mia nonna, “non sta bene” parlare. Anche il lavoro da quando manca è rientrato in questa categoria.

Oggi è il primo maggio ed è il primo anno che lo festeggio con un lavoro vero, un contratto vero uno stipendio vero, i contributi versati, le ferie pagate. 

E dire che non ho 18 anni, ne ho 28. E dire che tanti miei amici non hanno ancora avuto questo privilegio.  E dire che dovrebbe essere un diritto e non un privilegio ma che vuoi che ti dica. 

Non sta bene dire certe cose” mi direbbe mia nonna ma io lo dico lo stesso. Oggi è il primo maggio e due giorni fa mi è stato comunicato che tra 30 giorni tornerò ad essere di nuovo senza lavoro. Ebbene sì, tornerò ad essere disoccupata. Devo ammettere che scriverlo o dirlo ad alta voce fa davvero paura. 

Nel mio caso questo è accaduto per colpa di una persona specifica e del suo seguito di elettori, il caro vecchio Matteo Salvini l’aveva detto fin dalla notte dei tempi che per occupasi di immigrazione ci vogliono veri volontari e non professionisti. Poi qualcuno gli dovrebbe pure chiedere di spiegarci perché se l’immigrazione è tanto ingestibile e pericolosa ne lascia la gestione a chi capita. Non so, come dire lasciamo la sanità in mano ai veri volontari. Secondo me non troveremmo tanti medici a disposizione. Anyways, così sia: 18 mila persone (18 mila giovani ed italiani, come se poi cambiasse qualcosa) stanno perdendo il proprio posto di lavoro nel settore dell’accoglienza. Saremo pur in tanti ma non per questo oggi mi sento meno sola. Comunque Di Maio qualche mese fa disse dal terrazzo di Palazzo Chigi di aver abolito la povertà quindi mi sento abbastanza tranquilla. Joking. 

Ci sono tantissime cose che si potrebbero dire il 1 maggio anche se “non sta bene” dirle. Io ne voglio dire solo tre che mi passano per la testa ora, in questo giorno che è una festa ma che mi lascia poco da festeggiare.

  1. Lavoro = dignità, scusate il francesismo, per me è una cazzata. Con questo non voglio dire che l’assenza di lavoro non possa portare a vivere in condizioni che fanno sentire la persona priva di dignità ma voglio dire che tutte le persone valgono e non c’è una graduatoria quando si parla di dignità. Non ha più dignità chi fa la/il manager di chi fa le pulizie, non ha più dignità chi ha uno stipendio di chi non ce l’ha. Noi facciamo un lavoro, non siamo il nostro lavoro. Noi siamo esseri umani con un valore intrinseco che NON è proporzionato al nostro grado di produttività. Sarebbe come dire che un albero è più albero di un altro perché fa più fiori. Un albero è un albero anche se non ha fiori o frutti, baste che abbia un tronco, dei rami e delle foglie ed è un albero. Uguale, se hai un corpo, un cuore e un cervello sei un essere umano anche se non produci capitale. Cambiare questa mentalità distruttiva secondo me è un po’ complesso ma non impossibile. Per esempio, si potrebbe iniziare smettendo di giudicare le persone dal lavoro che fanno (o non fanno) e dal loro stipendio. La cosa fantastica è che quando smetti di farlo su gli altri, smetti di farlo anche su te stessa/o e ti senti subito molto più leggera/o. Yuppi!
  2. C’è una differenza immane tra formazione e sfruttamento. Per me, far lavorare qualcuna/o gratis o a 300 euro al mese perché gli stai insegnando un lavoro è sfruttamento. Nessuno nasce imparato, tutti devono imparare un lavoro quando sono all’inizio quindi se passo 40 ore a settimana nel tuo studio a fare qualcosa, qualsiasi cosa sia, pagami. Al momento ho in mente in particolare la categoria dei praticanti avvocato, una questione di cui non mi stancherò mai di parlare. Sarà che io di pratica ho fatto solo tre giorni dopo i quali ringrazio di aver avuto l’istinto di scappare a gambe levate (potrebbero mettermi nel libro dei record vicino ai tizi che si fanno crescere talmente tanto le unghie dei piedi che si arricciano su se stesse per metri), sarà che io ho fatto quella scelta perché l’avvocato non lo volevo fare. Penso invece alle tante persone che conoscono (molte delle quali bravissime tra l’altro) che desiderano sul serio fare questa professione e che dopo anni di sacrifici hanno portato a casa un titolo che non vale tutta la frustrazione accumulata a lavorare gratis e a sentirsi ripetere puntualmente dal proprio dominus (perchè chiamarlo datore di lavoro fa brutto) che lavorare gratis è una scelta loro e, se non gli va bene, quella è la porta. Diceva Albert Camus che “Nominare in maniera corretta le cose è un modo per tentare di far diminuire la sofferenza e il disordine che ci sono nel mondo”, iniziamo allora da questo per cambiare le cose e riconosciamo che la pratica forense è un’ipotesi di sfruttamento legalizzato.
  3. Le prestazioni lavorative non hanno come contropartita solo lo stipendio. Questo accadeva ai tempi della rivoluzione industriale: lavori 12 ore al giorno nella ciminiera e io ti pago per 12 ore di lavoro, non lavori e non ti pago. Poi, grazie a coloro che hanno puntato i piedi e hanno chiesto e ottenuto diritti e previdenza, le cose sono cambiate. Il lavoro include anche il diritto a un orario di lavoro, al riposo, alle ferie pagate, alla sicurezza sul luogo di lavoro. La previdenza consente invece a chi non può più lavorare, magari perché è anziano o invalido o ha perso il lavoro, di poter vivere anche senza lavorare (l’ho cercato sulla Treccani, che l’analfabetismo di ritorno è dietro l’angolo). Togliere tutto questo, sì che toglie dignità ai lavoratori. Far lavorare una persona 15 ore al giorno, qualunque sia la retribuzione annessa, è una violazione dei suoi diritti. La flessibilità lavorativa, rispetto alla quale sulla carta non avrei nulla in contrario, non può comportare la flessibilità anche delle tutele. Certi diritti non sono contrattabili né da parte del datore di lavoro né da parte del lavoratore perché sono la realizzazione palpabile della dignità umana che, continuo a ripetere, non può essere messa in discussione. Allora forse non è il lavoro che mette in discussione la tua dignità ma come fai quel lavoro.

Mi pare che parlare di dignità e lavoro sia una questione più complessa del previsto e continuano a venirmi in testa un sacco di cose di cui “non sta bene” parlare, come mi direbbe mia nonna. “Sta molto bene invece parlarne” mi direbbe forse oggi mio nonno, che era sindacalista e invalido sul lavoro. 

Questo però non ha impedito che mia nonna lavorasse una vita gratis. E quando dico una vita intendo una vita vera, dai 13 ai 70 anni. Tutti i giorni nella bottega ereditata insieme al fratello senza prendere un soldo. Per poi arrivare a casa e fare pure tutte le faccende domestiche, eccezion fatta per quanto a mio nonno andava di cucinare usando tutte le padelle presenti e sporcando tutte la cucina, tanto poi puliva nonna, chiaramente. 

Ecco lo so nonna, “non sta bene” dire certe cose, non sta bene dire che presto sarò disoccupata, che non produrre non toglie dignità a nessuno, che sfruttare la gente è da stronzi ma bisognerà pur che qualcuno le dica affinché le cose cambino. 

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Goodbye buoni prositi

Da un anno a questa parte ho chiuso con i buoni propositi. Sentivo l’altro giorno in uno di quei fantastici podcast motivazionali che mi sparo la mattina, che i buoni propositi ci fanno stare bene perché ci danno l’illusione di metterci in moto verso il cambiamento mentre in realtà stiamo solo posticipando per l’ennesima volta che quello che potremmo fare oggi ma non ci va di fare. Ad esempio, dirci che quest’anno dimagriremo – desiderio che purtroppo non ho mai sentito mancare in nessuna lista al femminile (mia compresa) – ci fa sentire bene e ci rassicura. Solo che poi, anziché mettere la tuta ed uscire a correre, il massimo che si riesce a fare è scrivere il verbo D – I – M – A – G -R- I – R -E su un quadernino puccioso con una penna glitterata mentre con la mano sinistra si scava dentro il panettone. Scrivere su un foglio quello che faremo in futuro ci illude di aver fatto il primo passo verso la versione migliore di noi anche se in concreto non stiamo facendo proprio nulla. E così quando ce ne rendiamo conto, nove volte su dieci prima ancora di aver disfatto l’albero di Natale, abbandoniamo la questione sentendoci dei miserabili falliti.

Per onestà intellettuale eviterò quindi di dirmi come il 2019 sarà l’anno in cui salverò me stessa dal fritto e dalle dipendenze (digitali) anche perché ormai sono già passati dieci giorni dall’inizio dell’anno e ho già capito che neanche il 2019 sarà l’anno in cui queste cose si realizzeranno.

Abbondonati i buoni propositi, non posso negare che gennaio resti per me un mese rigenerante. Superata l’ansia (e l’hangover) di capodanno, mi sento come quando alle elementari arrivava il momento di iniziare un nuovo quaderno e comprare dei nuovi colori.
Disillusione ed euforia è secondo me il mix ideale per darsi una possibilità con il nuovo anno. Consapevole che nella vita si può voltare pagina ma non si può buttare in un cestino tutto quello che c’è stato prima, l’unica cosa che mi sembra sensato fare è sperare che i prossimi 365 giorni siano, nonostante gli scarabocchi, i segni rossi e le insufficienze, originali e divertenti.

Per assicurarmi questo obiettivo, cercherò di proseguire con quello che il 2018 mi ha insegnato con metodi poco soft ma efficaci:

  • FAIL FAST – Quanto mi piace questo detto americano? Un casino. Sarei quasi tentata di tatuarmelo in fronte. Fallire, fallire, fallire. In fretta, in fretta, in fretta. Questa prospettiva mi ha permesso nei mesi passati di abbracciare forte molti dei miei limiti ed essere in un certo senso grata anche delle delusioni più dolorose.
  • CHOOSE YOUR DELUSION – Sempre per restare in linea con il punto precedente, scegli le tue delusioni. Questo concetto l’ho letto la scorsa estate nel libro di Elizabeth Gilbert Big Magic. Creative living beyond fear, uno di quei libri che ogni tanto mi porto dietro e rileggo in autobus annuendo e pensando “You go girl!”. L’autrice, la stessa del romanzo East. Pray. Love. diventato famoso per il film con la Julia Robert che si mangia gli spaghetti a Roma con quell’angelo di Argentero, dice una cosa molto semplice: qualsiasi cosa farai in un qualche modo ti deluderà. Allora se è assodato qualsiasi esperienza ti provocherà inevitabilmente delle delusioni, quali delusioni preferisci avere? Geniale.
  • DONE IS BETTER THAN PERFECT – Direi che questo blog ne è la prova.
  • TI SEI RICORDATO DI RESPIRARE OGGI? Non so dove ho sentito questa frase, credo sempre in qualche video motivazionale su YouTube. Nella chat che occupa la maggior parte del mio tempo al telefono, ovvero il gruppo whatsapp con le mie amiche esploratrici around the world, una volta me ne uscii con questa perla mentre una di noi era sull’orlo di una delle nostre cicliche crisi esistenziali e da allora è diventato uno dei nostri mantra e devo dire che ricordarci di respirare ogni tanto, ci fa bene.
  • PROSCIUTTO – Sempre nel gruppo whatsapp di cui cui sopra, si è proposto una volta di sostituire la parola “scusa” con “prosciutto” tutte le volte in cui chiedevamo istintivamente scusa senza che ci fosse nulla per cui doversi davvero scusare (tipo le proprie emozioni). Allora più prosciutto per tutti (prima o poi penseremo anche a una versione veg friendly).
  • WE DON’T DESERVE LOVE – possiamo solo accettare quello che proviamo e ricevere quello che ci viene offerto, anche se ci sentiamo dei miseri falliti.

In conclusione, qualunque siano i vostri mantra, come direbbe Boris Yellnikoff “qualunque amore riusciate a dare e ad avere, qualunque felicità riusciate a rubacchiare o a procurare, qualunque temporanea elargizione di grazia, basta che funzioni“.

2019, cercherò di farti funzionare.

A presto,