Femministe non si nasce.

Dopo oltre sei mesi di assenza (non può essere vero che sono passati 6 mesi), ho preso coraggio e ho deciso di tornare sul blog. Quando non ci si becca da un po’ è difficile sentirsi di nuovo a proprio agio ma spero che le cose vadano proprio come quando ho visto la mia amica Flavia la settimana scorsa per strada. Mi sembrava di non vederla dal giorno prima anche se era passato quasi un anno e nel mentre io ero finita in Belgio e lei in Egitto. 

Allora un respiro e si parte. Qualsiasi strada prenda questo post, prometto di pubblicarlo che “done is better than perfect” e ormai non ci si tira più indietro.

Oggi è l’8 marzo 2020. Festa della donna o meglio Giornata Internazionale dei Diritti della Donna. È il giorno per me più importante dell’anno, più del natale e del mio compleanno. Tra l’altro avevo provato a fare una torta femminista per il mio compleanno con un semplice gioco di parole ma la gelataia ha sbagliato a scrivere la frase in inglese (allego foto) e la cosa è diventata meno hipster e più trash del previsto.

Oggi non è possibile dare la dovuta attenzione a questo giorno a causa del virus e ci sta. Però è essenziale ricordarci che questo giorno è solo rimandato. Anche se facciamo volentieri a meno di auguri su whatsapp e di mimose (fiori o torte che siano), è doveroso ricordarci che l’8 marzo non è una festa, così come non lo è la giornata mondiale contro l’HIV.

Certo qualcosa lo possiamo festeggiare. Io per esempio vorrei poter festeggiare le femministe e i femministi che la vita ha messo sul mio cammino e coloro che mi hanno spianato la strada tramite decenni di lotte… È solo grazie a loro se oggi posso votare, posso possedere dei beni, posso divorziare, possono non sposare il mio stupratore e se qualcuno della mia famiglia mi farà fuori non avrà un’attenuante d’onore. Parlo in prima persona perchè, proprio come il virus, sembra sempre che le sfighe debbano capitare sempre a qualcun altro e mai a noi.

Oggi posso dirmi felicemente femminista. Io pensavo di esserci nata femminista e invece ho imparato che, parafrasando Simone De Beauvoir, femministe non si nasce, si diventa. 

Nella nostra società nasciamo tutte e tutti maschiliste e maschilisti. Non c’è scampo. Io pensavo di non esserlo perchè 20 anni fa avevo letto un libro, che devo avere ancora da qualche parte, che si chiamava “Non sono femminista ma…” e avevo deciso che sì, quello che avevano fatto le donne prima di me mi piace e volevo farlo pure io. 

Ma cosa ne potevo saperne a 9 anni di quanto la mia vita fosse impregnata di questioni di genere e di quanto ci avrei messo (e ci sto ancora mettendo) a distanziarmene? C’è stata la fase del rosa (non volevo uscire di casa se non vestita totalmente di rosa, grazie mamma per non avermi ripudiato), c’era mia nonna che voleva che l’aiutassi in cucina mentre mio fratello, di sei anni più grande, non doveva alzare un dito, c’erano i cartoni animati con principi azzurri che salvavano e principesse che dormivano, c’erano i miei amici maschi che giocavano alle spade laser mentre io potevo solo guardare perchè dovevo fare la principessa Leila (purtroppo ho recuperato Star Wars solo 20 anni dopo e ho scoperto tardi che Leila era la più astuta e coraggiosa di tutti), c’era un’educazione basata sul compiacimento altrui, sul fare la brava, su essere come ci si sarebbe aspettato che io fossi. Ma tutto questo l’ho scoperto solo ora e ripeto, solo grazie al femminismo. 

L’anno scorso avevo scioperato augurandomi che tutte le donne e gli uomini intorno a me potessero intraprendere un percorso verso le questioni di genere per potersi dire consapevolmente femministe e femministi. E me lo auguro di nuovo. E mi auguro anche di potermi fare strumento in questo senso. Ora mi è molto difficile. Sono ancora nella fase in cui quando sento persone a cui voglio molto bene dire cose profondamente sessiste, soprattutto contro altre donne, mi si tappa la vena e vorrei darmi fuoco. Il femminismo invece ha dato un senso a tante cose che non trovavano risposte nella mia vita e mi ha fatta sentire per la prima volta libera nel senso più pieno del termine. Libera di essere qualsiasi cosa io voglia. 

Auguro poi a me e alle mie due amiche femministe di andare avanti, nonostante il mondo ci sembri non avere spesso senso, nonostante le telefonate e i messaggi vocali serali a dirci che non ci libereremo mai del patriarcato, nonostante la fatica di essere etichettate come tutto e il contrario di tutto, nonostante la solitudine. 

Buon 8 marzo a tutte e tutti!

Arrivare. I’m straniera again.

È lunedì sera, sono ufficialmente due settimane che vivo a Brussels. 

Sono in un chiosco del parco del Cinquantenario, ma poi cinquantenario di cosa? 

Ci sono 34 gradi. È caldo come il maggio italiano, sembra che l’estate stia per iniziare mentre i ragazzi intorno a me bevono birra contando i secondi che gli restano prima che torni un freddo cane e un grigiore perenne. Pare sia questione ormai di ore.

Tornare straniera è stato un rinculo terribile. Ero felice di partire, sono felice di essere partita ma certe sensazioni le avevo rimosse.

Prima tra tutte, non sapere che cosa si ordina. Ho appena preso una birra large pensando fosse da 33 cl e mi ritrovo da sola al parco con mezzo litro di birra in personal.

Un’altra cosa che non ricordavo è la difficoltà di esprimere concetti sottili in una lingua che non ti appartiene del tutto, fare battute che vengano capite, capirle a mia volta, abituare il cervello a usare tre lingue contemporaneamente e non riuscire più a dire una frase di senso compiuto. 

“You look sunny”, sono riuscita a dire venerdì a una collega per poi accorgermi che non aveva senso.
“The last famous words. Is it English?”
“No”
“Sorry”

Provare a parlare una lingua nuova

“Je vudre an bier blanc si vu ple”.
“Large or small?”

Poi la rete migratoria. È stano studiare un fenomeno e poi viverlo sulla propria pelle. Quanti saggi ho letto sulla rete migratoria eppure finché non cerchi la tua non lo sai davvero fino in fondo cosa voglia dire.  Ho perso il conto delle birre bevute in questi giorni con sconosciuti, poi non così tanto sconosciuti. È così, gli amici di amici in un posto nuovo diventano la cosa più vicina che hai a degli amici. Per non parlare delle persone contattate dopo anni solo per sentire una voce familiare dopo aver visto la quinta casa orrenda della giornata pensando in lacrime che non ce la puoi proprio fare a tornare a dividere la tazza del water con gente con cui non hai mai neanche bevuto un caffè.

Poi mi passa la voglia di mangiare o almeno nel modo in cui sono abituata a farlo a casa. Cucino in fretta per non occupare troppo la cucina, cucino per me e mangio la stessa cosa a pranzo, a cena e di nuovo a pranzo. Mi conosco, è solo l’inizio, poi mi riabituo. Ma all’inizio proprio non mi va di impegnarmi a fare la spesa cercando di capire quali sono i pacchi famiglia che veramente sarò in grado di finire visto che la tavola l’apparecchio sempre per uno. (In realtà non apparecchio, qua non usano le tovaglie. A Vienna me ne ero portata una, ora non ne ho voglia neanche di fare questo sforzo ma almeno una tovaglietta americana potrei recuperarla). 

Vorrei mangiare patatine tutti i giorni ma lo so che mi fa male,  mangiare fuori poi mi aliena. Devo sforzarmi di fare le cose che farei a casa per sentirmi a casa, lo so. I primi 4 giorni qua ho mangiato solo toast hummus, rucola e formaggio olandese a pranzo e a cena. Non avevo voglia di altro.

Invece oggi sono uscita dal lavoro, ho fatto la spesa e ho approfittato della cucina deserta. Ho pelato le patate, pulito i peperoni, tagliato il leek.
Ho cotto tutto per 30 minuti. Mi sono seduta e in 1 minuto avevo finito di mangiare. Ne è avanzato per domani a pranzo e anche per mercoledì a pranzo e anche se non mi fa nessuna voglia, andrà benissimo.


Poi rileggendo quello che ho appena scritto mi rendo conto di due cose. 

  1. Guardando dall’esterno questa situazione (FR dice che è una delle mie frasi preferite) mi verrebbe da tirarmi due schiaffi. Ma di cosa mi lamento? Ho trovato un lavoro che mi piace, in pochi giorni ho già trovato qualche volto amico, che forse amico è una parola grossa ma paese che vai ridefinizione di te stesso che trovi, ho una bella casa, prossimo weekend torno già a Bolo, posso permettermi tutta una serie di lussi (caffè al bar incluso) che mi permettano di addolcire la pillola, posso telefonare a costo 0 a tutti i miei amici per ore e presto li andrò a prendere all’aeroporto, che la strada che conduce alla casa di un amico non è mai troppo lontana. 
    Non dovrei proprio permettermi di sentirmi sola, nostalgica, impaurita, sola. Cosa dovrebbe di FL che vive al Cairo e mi scrive per sapere se me la sto cavando? E FI che vive in mezzo all’Amazzonia e mi chiama mentre aspetta di prendere un ferry per attraversare il fiume che lì di ponti non ce ne sono? E allora M che viene dalla Serra Leone, ho attraversato il deserto a piedi, i lager libici e le acque del Mediterraneo e forse mai nella tua vita ha saputo cosa vuol dire avere una stanza tutta per sé?
    Eppure le emozioni non si giudicano. Non si scelgono e se queste due settimane sono state molto più difficili del previsto, non posso farci niente se non accogliere quello che c’è e passarci in mezzo. 
  2. Se c’è una parola che sento ripetere in continuazione qui nella europeissima Brussels è expat e io questa parola la odio. “Il soldo fa expat” mi ricorda FL mentre ci raccontiamo le nostre sensazioni da straniere e penso al mio prof di sociologia delle migrazioni che diceva che la ricchezza sbianca e gli piaceva così tanto questa frase che non perdeva occasione per ripeterla. Non sono expat, sono migrante. Sono una straniera con due trolley di plastica al posto della valigia di cartone. Ho pianto anche io dopo aver salutato FR all’aeroporto e ho pianto quando sotto la pioggia il 15 di agosto la mia famiglia mi ha chiamato dal mare dopo il pranzo di ferragosto mentre aspettavo di entrare al cinema da sola. Se solo smettessimo di sentirci diversi dagli altri e guardassimo quello che ci accomuna. Non siamo forse tutti alla ricerca di un posto che possiamo chiamare nostro? Non cerchiamo tutti tra la folla un paio di occhi complici? Non vogliamo tutti sentirci finalmente a casa?

Nonostante le difficoltà del momento, sono felice di essere qui. Sono felice di andare al parco da sola alle 9 di lunedì sera a scrivere per immergermi in quello che mi piace fare, ovunque mi trovi. Sono felice per tutti i fantasmi riemersi in queste notti e del senso di alterità rispetto al posto in cui vivo, che se ti senti diverso da qualcosa significa che comunque sei qualcosa e non è una scoperta da poco. Sono grata per i bisogni che non credevo d’avere, per le mancanze che non pensavo di provare. Sto imparando tanto e alcune strade iniziano a diventare familiari.

Per tutto il resto c’è sempre il chiosco delle patatine con la salsa all’aglio sotto casa. 

Brussels 24.08.2019

Libri che ho letto in vacanza (e consiglio)

Da qualche anno a questa parte ho ripreso a leggere, un po’ perchè sono un’acquirente compulsiva e vedere tutti quei libri sul comodino mai aperti mi fa sentire in colpa, un po’ per combattere la dipendenza da social media, un po’ perchè leggere mi piace. 
A me non piace leggere tutto, anzi. Se c’è una cosa che mi infastidisce è comprare un libro, iniziarlo, aspettare pagina dopo pagina che scatti la scintilla e poi niente. Ma, come in amore, ci tocca rischiare.
Devo dire che mi piacciono sempre i soliti libri: saggi scritti in modo chiaro, fruibili anche da chi non ci capisce nulla del tema; libri motivazionali/ di crescita personale; romanzi sulla famiglia e l’amore anche senza pretese purché esenti da pataccate romatiche alla Fabio Volo. 

Prescindendo da qualsiasi velleità di critica letteraria (assolutamente fuori dalla mia portata), ecco alcuni libri che ho letto nel corso delle vacanze negli anni precedenti e che mi sento di consigliare. 
Per selezionarli ho scelto due criteri:
1) libri che ho finito di leggere (cosa per me non scontata),
2) libri che ho letto più di una volta o che comunque ho in mente di rileggere (criterio più che autorevole in questo mondo usa e getta). 

Ultima premessa, alcuni di questi libri sono in inglese, esiste la versione italiana ma sono convinta ti piaceranno molto di più in lingua originale. Ti assicuro che se li ho letti io, non sono affatto complessi. 

ELIZABETH GILBERT – BIG MAGIC
Questo libro l’ho comprato di ritorno da Londra l’estate scorsa, era da tanto tempo che volevo leggerlo ma ogni volta in aeroporto non c’era. L’autrice è la stessa di Eat. Pray. Love. (altro libro ora che ci penso che devo finire di leggere). Questo libro è un saggio sulla creatività, su come entrare in contatto con il proprio estro creativo e come portarlo a compimento. Non è un manuale, è un libro pieno di riflessioni e discorsi molto terra terra che però sono stati in grado di smuovere qualcosa dentro di me in un momento in cui ne avevo bisogno. 
Te lo consiglio se sei un creativo stanco o se sei stanco di non essere creativo. 
Se vuoi farti un’idea dei contenuti, online trovi anche il Ted Talk che ha ispirato il libro.
https://www.youtube.com/watch?v=86x-u-tz0MA

So this, I believe, is the central question upon which all creative living hinges: Do you have the courage to bring forth the treasure that are hidden within you? 
Look, I don’t know what’s hidden within you. I have to way of knowing such a thing. You yourself may barely know, although I suspect you’ve caught glimpses. I don’t know your capacities, your aspirations, your longings, your secret talents. But surely something wonderful is sheltered inside you…
”.

MICHELA MARZANO – L’AMORE CHE MI RESTA
Anche questo libro l’ho letto l’estate scorsa sul treno regionale che ogni domenica sera mi riportava dalla riviera a casa per andare al lavoro. È il primo romanzo di Michela Marzano (le opere precedenti sono tutte saggi) e racconta l’intreccio di due percorsi, quello di Giada e di sua madre Daria. É un libro che parla di suicidio, quello di Giada con cui si apre il romanzo, di adozione, di famiglie, di amore e di vuoto. 
Pur raccontando una storia così particolare, il romanzo riesce con la dolcezza dei piccoli dettagli a toccare sentimenti universali, a trovare le parole esatte per descrivere la sofferenza più profonda di chi perde l’amore e la difficoltà di ogni madre di accettare la sofferenza e il vuoto che tutti i figli, a modo loro, si portano dentro. 
Un libro delicato, profondo, non pesante. 

La frustrazione e la mancanza si imparano subito. Nessuna madre è perfetta. Nessuna madre è capace. Nessuna madre va bene.
L’importante è accogliere. È questo l’amore. Che non ripara niente, ma accetta. Non basta mai, ma soccorre. Il mio errore è stato quello di pensare che il mio amore ti avrebbe salvata, esattamente come il tuo arrivo aveva salvato me. Ma nessuno salva nessuno, nemmeno tu potevi salvarmi, dovevo solo fare la pace dentro di me, come te, anche tu dovevi fare la pace dentro”.

GIULIA BLASI – MANUALE PER RAGAZZE RIVOLUZIONARIE. PERCHè IL FEMMINISMO CI RENDE FELICI
Questo libro è un manuale a tutti gli effetti sia per chi vuole conoscere il femminismo sia per chi vuole divulgarlo. Se lo leggerete scoprirete che anche le donne possono essere maschiliste, che la sindrome dell’impostore ce la inculcano e non è innata dentro di noi e che noi donne possiamo essere complici anziché in perenne competizione tra di noi.
Il mio capitolo preferito si intitola “ La gestione del cretino” e si apre con una colorata lista di tutti i cretini che ci tocca incontrare mentre facciamo la rivoluzione. Il mio cretino del cuore?  “Cretino alfabetizzato: Si crede furbissimo e fa il giro largo per coglierti in fallo, granulandoti di domande retoriche, false premesse e conclusioni arbitrarie. Purtroppo per lui, è un cretino e tu no”. 
Insomma una bocca d’aria fresca in questo difficile mondo patriarcale. 

Da qualche giorno su youtube è disponibile il suo recente Ted Talk, “Leading the revolution”, in pochi minuti vi renderete conto di che mente brillante sia Giulia Blasi.
https://www.youtube.com/watch?v=bJVRSYC8JqQ

Fare la rivoluzione non è indolore. Le nostre madri e nonne, che hanno lottato per le briciole scosse dalla tavola dei patriarchi, sono state ridicolizzate e aggredite, insultate ed emarginate. Eppure hanno tenuto duro perchè la posta in gioco era alta. Oggi ribellarsi contro il patriarcato prevede di rendersi un po’ antipatiche, perchè il sessismo è dappertutto come l’olio di palma. E a differenza dell’olio di palma fa davvero male alla salute”. 

AUDREY NIFFENEGGER – THE TIME TRAVELER’S WIFE 
Questo romanzo ha ispirato una delle mie commedie preferite che guardo e riguardo nei giorni uggiosi ovvero Upon time – questione di tempo. 
Il romanzo in realtà ha una trama abbastanza diversa dal film perchè in questo caso il protagonista, che appunto viaggia nel tempo, non è in grado di controllare il suo potere. Questo continuo avanti e indietro tra passato e futuro è una maledizione sia per lui che, appunto, per la moglie la quale (poveretta) ogni volta che lui scompare deve aspettarlo senza sapere dove sia, se stia bene e quando tornerà al presente. 
Un romanzo d’amore dolce e struggente in cui la trama surreale non stona affatto anzi, amplifica e racconta egregiamente la solitudine di chi ama ma deve lasciare andare. 
Già della prima pagina mi aveva conquistato nell’estate del 2017 quando andavo a leggerlo, non appena smetteva la pioggia, sulla collina di Hampstead Heath:

CLARE: It’s hard being left behind. I wait for Henry, not knowing where he is, wondering if he’s okey. It’s hard to be the one who stays. I keep myself busy. Time goes faster that way. I go to sleep alone, and wake up alone. I take walks. I work until I’m tired. I watch the wind play with the trash that’s been under the snow all winter. Everything seems simple until you think about it. Why is love intensified by absence?

MATT HAIG – REASONS TO STAY ALIVE
Stessa estate del precedente, un libro molto onesto e confortante per tutti coloro che soffrono di ansia, depressione o altre forme di malattia mentale. L’autore racconta la sua storia e il suo percorso verso la guarigione. Un libro privo di giudizi e formule magiche in cui è molto facile rispecchiarsi.
È ok stare male in estate mentre tutti ostentano gioia in vacanza, magari questo libro può farti sentire meno solo/a o può aiutarti a stare accanto a qualcuno che non sta bene.

Thirteen years ago I knew this couldn’t happen. I was going to die, you see. Or go mad. There was no way I would still be here. Sometimes I doubted I would even make the next ten minutes. And the idea that I would be well enough and confident enough to write about it in this way would have been just far too much to believe.One of the key symptoms of depression is to see no hope. No future. Far from the tunnel having light at the end of it, it seems like it is blocked at both ends, and you are inside of it. So if I could have only known the future, that there would be one far brighter than anything I’d experienced, that one end of the tunnel would have been blown to pieces, and I could have faced the light. So the fact that this book exits is proof that depression lies”.

Se sti pensando che questi libri siano pesanti, ti assicuro che non lo sono. Trattano di argomenti seri e di amori poco frivoli ma sono davvero un piacere per la mente e per il cuore. E comunque essere pesante è un mio tratto distintivo, facciamocene (io per prima) ‘na ragione. 

Un anno con me

A giugno del 2018 mi sono trasferita nella mia attuale casa. Un appartamento al primo piano fatto di due camere, un bagno, un salotto, una cucina e un giardino. La casa era completamente spoglia, non c’era che l’essenziale: il divano, la televisione, un letto matrimoniale composto da due materassi singoli messi vicini.

L’ultima volta che ci avevo messo piede era la primavera del 2016. Era il giorno di Pasqua, tre giorni prima mi ero laureata e aspettavo con ansia la fine del mese di aprile, quando sarei partita per Londra. La casa dei miei nonni era invasa di profumi, eravamo tutti intorno al grande tavolo allungato del salotto. Non lo ricordo, ma sono certa di aver pensato che ero felice. 

Poi le cose cambiano in un secondo e pochi giorni dopo mia nonna se n’è silenziosamente andata e con lei poco dopo anche il nonno. E io sono andata a Londra con un biglietto di sola andata che poco dopo è diventato di ritorno e sono iniziati i due anni più complicati della mia vita fino ad oggi. Due anni passati alla ricerca di un posto mentre la valigia diventava sempre più pesante, piena com’era di paure, dubbi e senso di inadeguatezza.

A giugno dell’anno scorso ero tornata al punto di partenza. Ero di nuovo nella mia città, avevo iniziato un nuovo lavoro e, per la prima volta nella mia vita adulta, ero sola. 

I cuori spezzati li rappresentano tagliati nel mezzo con una linea a zigzig ma non la trovo un’immagine realistica. I cuori non si spezzano, si distruggono ed il mio era ridotto in macerie troppo piccole e frastagliate per essere incollate di nuovo insieme. Le avevo abbandonate in mezzo agli scatolini portati in casa nuova, che di certe zavorre, per quanto ingombranti, è difficile sbarazzarsi. 

E così, tra la polvere di una casa disabitata e le macerie del cuore, è inizia la mia vita da sola.

Quest’anno è stato il mio rito di iniziazione. Nelle fiabe i protagonisti per conoscere se stessi partono per un lungo viaggio, il mio è stato all’interno di una casa vuota, certi giorni troppo grande per una persona sola, certi altri troppo piccola per tutti i pensieri che mi giravano in testa. 

Passare un anno con me stessa è stato un processo difficile e doloroso. Non ero in terre lontane, varcato il cancello di casa ero di nuovo alla mia vita di prima. C’erano gli amici di sempre, e grazie al cielo che c’erano, c’era la routine del lavoro, la mia famiglia, i soliti posti, le solite facce. Quando tornavo a casa invece era tutto diverso. Non c’era nessuno ad aspettarmi per cena e quando era ora di dormire, il letto matrimoniale composto da due materassi singoli messi vicini sembrava sempre troppo grande. 

Stare da sola non è stata una scelta. Se lo è stata, non ne ero consapevole. Ma è stato l’unico modo per fare spazio a quella persona che mi porto dentro, che pensavo di conoscere ma con cui avevo paura a restare da sola nella stessa stanza e che non ero mai riuscita ad amare del tutto.

Si impara prima ad amarsi o a prendersi cura di se stessi? Penso che le due cose vadano insieme. 

L’estate è stato il periodo più difficile perchè la città era deserta. Avevo iniziato a lavorare solo da alcune settimane e non avevo ferie. In più, dopo una vita passata in coppia, non sapevo davvero che farmene delle ferie. Era così difficile convivere con me stessa. Ero così stanca. Volevo essere qualcun altro ma essere da sola mi riportava sempre a chi ero e a quella situazione che in un modo o nell’altro dovevo affrontare. 

Piano piano ho iniziato a prendermi cura di me stessa, di quella bambina fragile che spente le luci iniziava a piangere tutte le lacrime accumulate durante il giorno. Il primo passo per amarmi, forse è stato quello. Accarezzarmi la testa da sola e abbracciarmi quando ne avevo bisogno. “Andrà tutto bene…”, mi dicevo, “Andrà tutto bene…”

Giorno dopo giorno, sono riuscita ad accettare il presente, mettere da parte i rimorsi e iniziare ad esplorarmi. È stato un processo lungo, pieno i distrazioni e privo di qualsiasi soluzione certa. 

Dopo essermi controvoglia leccata le ferite, ho provato a lasciare andare il bisogno di risposte definitive.
Per anni mi sono ossessionata a pormi domande alle quali era impossibile rispondere.Ho capito che le risposte sbagliate erano solo la conseguenza di domande mal poste. 
“Cosa vuoi fare da grande?” Che domanda assurda! Come dovrei fare a capirlo se a 28 anni ancora non lo so? Sbattendo la testa contro il muro finché non mi appare Re Salomone a rivelarmelo? E perchè devo scegliere una cosa sola?
Chi sei Francesca? Ma che ne so! Ho sei nomi (true story), come faccio ad avere una personalità univoca. 

Per molti mesi a colazione ho ascoltato dei podcast sulla crescita personale (che sono un po’ un feticcio per me, devo ammetterlo). Una mattina, mentre mi seccavo la moka per quattro da sola, qualcuno deve aver detto che per conoscersi bisogna lasciarsi guidare dalla curiosità.

Che cosa mi incuriosisce? Questa sì che è una domanda! 
Curiosità:

  • Viaggiare da sola. Fatto.
  • Fare un corso di fotografia. Fatto.
  • Conoscere il femminismo (e diventarle femminista). Fatto.
  • Imparare a ricamare e a fare la maglia. Fatto (in modo totalmente imperfetto ma fatto). 
  • Capire come si fa un podcast. Fatto (somma, la teoria, prima o poi passiamo alla pratica).
  • Scrivere e aprire un blog. Fatto. 

(Ci sono altre mille cose che avrei voluto fare e non ho fatto – tipo iscrivermi a yoga che ormai è diventata una barzelletta – ci tengo a precisarlo perchè le narrazioni fatte solo di obiettivi raggiunti mi stanno un po’ sulle palle).

Se fossi stata stesa sul letto tutto il tempo a guardare il soffitto chiedendomi chi sono, non avrei fatto nulla di tutto questo mentre darmi il permesso di farmi guidare solo dalla curiosità, mi ha portato dove sono oggi, che non sarà chissà quale posto, ma va bene così.

Quest’anno solitario mi ha poi insegnato a distaccarmi dagli altri, soprattutto da quelli che amo. Non sono diventata la monaca di Monza (per carità) e neanche cuore di pietra Franci ma ho imparato a mettere dei confini. Mi sono sempre lanciata così tanto nelle relazioni da ritrovarmici completamente assorbita e da non riuscire a definirmi se non al loro interno. Tracciare un perimetro invece mi ha permesso di vivere le relazioni in modo molto più consapevole rispetto a prima, proprio perchè le ho rese frutto di una scelta e non una dipendenza. 

Mi sa che questo post sta virando verso la psicologia da quattro soldi… Per concludere vorrei togliermi un sassolino dalla scarpa. Nel corso di quest’anno mi sono sentita dire spesso che “dovevo imparare a stare da sola”.
Che cazzata! (Scusate il francesismo). Poi chissà come mai queste perle le tirano fuori sempre coloro che non ci hanno mai passato neanche un secondo da soli con se stessi. Cosa dovrebbe significare imparare a stare da soli? C’è un manuale da qualche parte forse? Nel caso sarei proprio curiosa di leggerlo. 

Io quest’anno non ho imparato a stare da sola, ho imparato a conoscermi e più mi conosco, più mi voglio un gran bene e più ho voglia di passare del tempo con me stessa. Non sono diventata una persona migliore, sono sempre io, piena di difetti e di fragilità ma ancora una volta, va bene così.
Siamo tutti soli, non c’è nulla da imparare. Al massimo si impara a coltivare una relazione intima con se stessi e vi assicuro che è molto più divertente di quanto ci si possa immaginare.
Almeno con te stesso, puoi essere proprio chi ti pare. Puoi puzzare, puoi pensare cagate che non avresti mai il coraggio di dire ad alta voce, puoi ridere a battute che non fanno ridere, puoi riempirti di desideri, puoi sognare tutta notte, puoi finirti una vaschetta di gelato sul dondolo in giardino, puoi evolvere al riparo da qualsiasi etichetta.

Mancano pochi minuti all’arrivo di luglio, quest’anno è finito e chi l’avrebbe mai detto che sarei arrivata fin qui, che ripeto non è un gran posto, ma va bene lo stesso.

3 – 2- 1

Esprimi un desiderio Franci, esprimi un desiderio! Ah no, quello è per il compleanno. Va beh, io lo esprimo lo stesso. Vorrei, vorrei, vorrei….

(Ps: se vi state chiedendo invece le macerie del cuore che fine hanno fatto, posso solo dirvi che sono ancora lì da qualche parte e per ora non ho nessuna fretta di tirarle fuori).

30 COSE BANALI CONTRO L’ANSIA

L’altra sera mi trovavo in uno dei miei luoghi preferiti (il pub) con una delle mie persone preferite (la  F.) a fare una delle mie cose preferite (mangiare – non insieme – pasta e patatine fritte, bere birra e fare chiacchiere). Mentre discutevamo del blog e del post che avevo scritto sull’ansia la F. mi fa:

Comunque non so come hai fatto, è veramente difficile non avere più l’ansia. 

Risposta:
Credi davvero che io non abbia più ansia? Ho appena perso il lavoro e non so che cacchio fare della mia vita. Tu non la vedi ma è proprio qui alle mie spalle, la sento che si sta avvicinando sempre di più. Francescaaaaa, sono la tua ansiaaaaa, sono torntataaaaaaa!

Poi ci siamo messe a ridere e abbiamo finito la birra, la pasta e le patatine, contente almeno di esserci trovate e di non essere sole con i nostri ansiafantasmi. 

Questa settimana ho pensato di mettermi al riparo e riepilogare tutte le cose che in questi anni ho imparato essermi utilissime per sopravvivere agli incontri ravvicinati con mrs Ansia qualora tornasse a bussare alla porta (scherzavo, di solito la simpaticona non bussa, arriva e basta, proprio come mr Filippo).

Disclaimer: In questa lista non è inclusa la terapia. La terapia è l’unico modo per curare l’ansia ed ed imparare a gestirla. Io non ho nessuna competenza per parlare di terapia, di tipi di terapia, di terapeuti, ecc… ma so che è l’unica cura, senza se e senza ma. Quindi queste 30 cose banali non sostituiscono assolutamente la terapia. Direi che stanno come lo zenzero alla febbre a 40: Utile solo se ti sei fatto di Tachipirina 500 che se ne prendi due diventa 100 nelle ultime 48 ore. Pippone un po’ lungo ma sempre necessario.

Allora ecco le mie 30 cose banali contro l’ansia:

1- ALZARMI DAL LETTO. Ci sono dei giorni in cui anche se non sto dormento, mi sento incollata al materasso mentre la testa è in un vortice di piacevolissimi pensieri no sense. Allora senza una motivazione né un piano specifico muovo prima la gamba sinistra poi la destra e… tack! Con mio enorme stupore mi ricordo che il letto ed io siamo due entità distinte e i pensieri in testa si fermano.

2- LAVARMI e VESTIRMI (con dei vestiti puliti e non quelli del giorno prima). Non puzzare mi fa stare molto molto meglio e anche chi mi gira attorno apprezza. 

3- FARE COLAZIONE AL BAR. Vedere persone che non conosco che bevono il caffè mi ricorda che il mondo è pieno di cose che non conosco e allora anche i problemi che sembrano più insormontabili devono avere una soluzione da qualche parte anche se ancora non la conosco (non ho mai detto di essere normale). 

4- NON USARE IL SOCIAL, soprattutto appena sveglia o prima di dormire. Dopo un po’ mi bruciano gli occhi e la cosa mi dà molto fastidio. Senza rendermene conto, perdo un sacco di tempo, mi distraggo continuamente e non riesco a terminare le cose. In più, se sono davvero presa male, vedere una galleria di gente che ostenta gioia (spesso palesemente fake) mi irrita.

5- MUOVERMI. Ballare in camera, uscire di casa, girare intorno all’isolato, andare a correre, andare in bici. Insomma la qualunque. 

6- FARE COSE (ANCHE MINUSCOLE) CHE RIMANDO DA TEMPO. Portare il piumino al lavasecco (prima o poi lo farò, promesso), mettere in ordine un cassetto, cucinare un manicaretto (che fa anche rima). Agire nelle piccole cose mi aiuta moltissimo ad affrontare le grandi.

7- EVITARE CHI MI METTE ANSIA, che non significa per forza evitare gente con l’ansia, dipende. Esempio molto pratico ed onesto: passare troppo tempo in casa dei miei genitori mi mette un po’ di ansia nei periodi stressanti. Quando questo accade, con tutta onestà, dico a mia madre: mamma ti voglio bene, ma stare qui dentro non mi fa bene. Ci vediamo presto. Se ho bisogno ti chiamo. Hasta luegooooo! Forse non è carino sentirselo dire ma di solito chi mi vuole bene capisce. 

8- EVITARE LUOGHI CHE MI METTONO ANSIA. I centri commerciali, le piscine affollate, i locali con 40enni ubriachi, ritrovi di gente razzista, omofoba, maschilista (non per forza il raduno di Casa Pound, mi riferisco più che altro al bar sotto casa e agli autobus).

9 – MANGIARE AGLI STESSI ORARI, soprattutto a pranzo. Francesca del futuro, se stai leggendo, entro le 14.30 devi aver pranzato e lo yogurt sul divano non vale come pranzo.

10 – STARE NELLA NATURA, che nel mio caso significa a Villa Ghigi o ad Ozzano. Amen. 

11 – TENERE CASA ORDINATA, ho notato che il casino esterno amplifica il mio casino interno che francamente trovo già incasinato a sufficienza. Che direbbe Marie Kondo di tutto questo?

12 – GUARDARE VIDEO DANCE DI BOLLYWOOD. Si commenta da solo. 

13 – LEGGERE LA LETTERA CHE MI ERO SCRITTA IN UN MOMENTO SERENO. Su consiglio della mia molto saggia amica G., qualche mese fa ho scritto una lettera per la me del futuro. C’erano scritte tante cose ma il sunto era “Andrà tutto bene, hai superato un sacco di prove, ce la farai anche questa volta”. Poi, nonostante la vergogna, l’avevo inviata via mail alla G. In modo che restasse virtualmente indelebile e potessi recuperarla ogni volta che ne avessi avuto bisogno. 

14 – FARE LA ZIA. Stare con mio nipote è sempre una boccata d’aria. Basta un sorrisone e per qualche secondo passa tutto (in certe giornate sentirsi il cuore leggero per qualche secondo mi sembra già un grande miracolo poi considerando che sorride sempre, secondo più secondo, più secondo, arriviamo a un paio d’ore). 

15 – ASCOLTARE MUSICA tra il motivazionale e il rilassante. La mia playlist include Shake it out di Florence + Machine, La vita pensata di Brunori and sas, Vince chi molla di Niccolò Fabi e Ce la posso fare dal cartone Hercules.

16 – CANI. Andare nella parte dei giardini in cui possono giocare i cani, sedermi su una panchina e guardarli per ore. 

17 – TED TALKS, in particolare quelli di persone sull’orlo del baratro che poi si sono miracolosamente riprese e che non si fanno problemi a parlare davanti a centinaia di persone delle loro fragilità.

18 – ANDARE A LETTO CON IL PIGIAMA e non lasciarmi decadere lentamente sul divano.

19 – FARE LE COSE che di solito mi va di fare anche se in quel momento non mi va di farle. Se le mie amiche mi chiedono di uscire, mi sforzo ed esco senza inventare scuse (che tanto non so mentire e mi sgamano subito).

20 – NON FARE LE COSE che non mi va di fare (se posso non farle). Esempio: uscire con persone che non hanno alcun interesse a vedermi ma vogliono solo qualcuno che ascolti i loro drammi/ considerazioni sulla vita. No thanks guys. 

21 – NON DORMIRE IN ORARI STRANI tipo prima di cena. Resistere sempre finché non cala il sole (con il pigiama). 

22 – RILEGGERE due dei miei libri preferiti “Volevo essere una farfalla” di Michela Marzano e “Reasons to stay alive” di Matt Haig.

23 – ASCOLTARE il podcast di Michela Murgia, Morgana. Quando nella sigla dice: Io sono Michela Murgia e mi piacciono le donne controcorrente, quelle che nella percezione comune sono strane, pericolose, esagerate, stronze. A modo loro tutte diverse e difficili da collocare. Forse sono donne che non sposereste e non vorreste come amiche però, mettetevi l’anima in pace, non sono mai stati questi i loro obiettivi: vogliono piacersi, non compiacervi (+ verso del corvo in sottofondo). Ecco quando sento quella sigla mi sento anche io un’eroina (non fatta di eroina).

24 – I TRAMONTI. No dai scherzo, io dopo che ho letto il piccolo principe odio sentir parlare di tramonti. Sai che fantasia, esiste qualcuno a cui non piacciono i tramonti?

25 – video ASMR: li conoscete? Praticamente sono dei video su YouTube (immagino esistano pure dei podcast) in cui ci sono delle ragazze (magari anche dei ragazzi, no se) che ti dicono delle cose  tipo “dormi, dormi, dormi” e fanno dei suoni con degli oggetti. Vanno ascoltati con le cuffie perchè ci sono tutti degli effetti sonori dietro. La cosa assurda è che effettivamente quando li ascoltate vi danno come dei brividini che si chiamano tickle. Ho cercato di capire meglio cosa fossero online ed è venuto fuori che è un pratica erotica e preliminare sessuale in cui i partecipanti fanno o ricevono il solletico (fonte wikipedia). Infatti la cosa un po’ weird è che a volte degenera in una roba erotica con ste ragazze che fanno robe con il microfono ma tendenzialmente è una roba super seria, anche studiata scientificamente (almeno credo) e che funziona. Se avete bisogno di rilassarvi, io non so cosa dire a parte che funziona. Quando non riesco a dormire mi ascolto DesyMagic asmr su YouTube e spesso mi addormento. 

26 – CAMBIARE ARIA. Budrio di Cotignola, San Cesario sul Panaro, Ozzano, il cimitero di Rastignano. Mica c’è bisogno di andare molto lontano per rinfrescare un po’ la testa.

27 – ANNAFFIARE LE PIANTE (al momento non posso farlo perchè sono tutte muerte).

28 – EVITARE PERSONE GIUDICANTI/ EMETTERE AD ALTA VOCE GIUDIZI SUGLI ALTRI: meno giudico gli altri, meno giudico me stessa e questa è un’arma letale contro l’ansia. 

29 – ORGANIZZARE QUALCOSA PER L’IMMEDIATO FUTURO, qualsiasi cosa, anche mini o frivola. Mi aiuta a fare tacere la testa quando mi dice di restare immobile a letto visto che qualsiasi cosa farò sarà un errore, un fallimento o mi spezzerà di nuovo il cuore.

30 – IL MARE (che è banale quanto i tramonti ma che ci posso fare, sono una persona semplice). 

Da Ansiaterra è tutto, se avete altri suggerimenti oltre a questi vi prego di condividerli con me che lo so che ci tenete pure voi alla mia salute mentale. 

Un abbraccio

Persone o pacchi postali?

Ieri pomeriggio mi trovavo sull’11 direzione centro. Evento più unico che raro, avevo trovato l’autobus mezzo vuoto e un posto a sedere vicino al finestrino per guardare fuori.

A un certo punto passiamo davanti a un’edicola che fa angolo, la curva è stretta e l’incrocio è pieno di macchine che arrivano da tutte le direzioni. Ci fermiamo e ci mettiamo qualche secondo a proseguire. 

L’edicola all’angolo aveva appoggiato fuori le insegne con le notizie del giorno, quelle che si solito riguardano il Bologna football club, la vita loca dei bolognesi, delitti, rapine, stupri e previsioni sul caldo estivo da record.

Notizia del giorno: L’HUB MATTEI CHIUDE PER RISTRUTTURAZIONE.

Ok, interessante. Poi, con i soliti due secondi e mezzo di scoppio ritardato, capisco che cosa ho appena letto. Come l’HUB Mattei chiude e soprattutto perchè lo sa il Resto del Carlino ed io no?

Dovete sapere che io all’HUB Mattei ci ho lavorato fino alla settimana scorsa come operatrice legale poi ho perso il lavoro e ho smesso di lavorarci ma questa è un’altra storia anche se collegata con quella che vorrei raccontarvi oggi. 

Innanzitutto che cos’è l’HUB Mattei?
L’HUB si trova in via Mattei n.60 a Bologna, da qui il nome. Da fuori sembra un carcere. C’è un cancello alto tanti metri che si apre solo dalla guardiola della polizia situata all’interno, ci sono le sbarre e c’è il filo spinato. Sulla sinistra però c’è anche una porta da cui le persone possono entrare ed uscire. Quindi anche se da fuori può sembrare un carcere, non lo è più.

L’Hub Mattei infatti nasce come CIE – Centro di Identificazione ed Espulsione, dal 2017 questi luoghi si chiamano CPR (Centri di Permanenza per il Rimpatrio) ma sono la stessa cosa. 

I CIE, poi CPR,  sono dei veri e propri luoghi detentivi ma per un’utenza particolare, gli stranieri irregolari che devono essere rimpatriati. La natura della detenzione in questi luoghi è diversa da quella delle carceri perchè non è punitiva ma cautelare. Le persone che vi si trovano NON sono lì perchè hanno compiuto un reato a cui sono seguite una condanna e una pena ma vengono private della loro libertà personale perchè lo Stato vuole assicurarsi di riuscire a identificarle e rimpatriarle.

In linea con quello che stava accadendo a livello nazionale, nel 2013 il CIE Mattei viene chiuso per varie ragioni tra cui il fatto che i rimpatri non si riescono a fare (non per inerzia ma perchè è impossibile farli) e per le ripetute denunce contro le violazioni sistematiche dei diritti umani avvenute in questi luoghi.

Poi nel 2014 arriva la cosiddetta Emergenza Nord Africa: il centro viene riaperto ma la sua natura si ribalta e diventa un HUB. Hub in inglese significa centro ma anche punto di snodo che unisce arrivi e partenze da e per altri luoghi diversi per un periodo di tempo limitato.

Tolte le vesti del carcere (anche se le sbarre esterne e il filo spianto non se ne sono mai andati), il Mattei diventa un centro di smistamento dei richiedenti asilo nel territorio nazionale. È di competenza della Prefettura e viene dato in gestione a delle cooperative locali selezionate tramite gara pubblica.
Praticamente le persone sbarcano, alcune vengono portate a Bologna, stanno all’HUB pochissimo tempo – a volte meno di 48h – e poi vengono trasferite nei veri centri di accoglienza. 

Non posso raccontarvi com’era quel posto allora perchè ai tempi non ci lavoravo. Io ho iniziato a lavorarci a giugno dell’anno scorso e mi occupavo insieme alle mie colleghe del supporto legale. 

Infatti, a seguito del calo degli sbarchi e delle nuove politiche di gestione della questione asilo (sia di destra che di sinistra), la permanenza delle persone all’HUB aveva iniziato a prolungarsi anche per mesi ed era stato necessario garantire dei servizi in più, come quello legale per l’appunto. Fino alla fine dell’estate avevo visto pullman arrivare e partire anche se, mese dopo mese, i numeri si andavano riducendo sempre di più, fino a che in inverno l’HUB non è diventato sostanzialmente un CAS (Centro di Accoglienza Straordinaria). 

Non fatevi ingannare dalla parola straordinaria però.
I CAS infatti sarebbero dei centri pensati per per gestire situazioni eccezionali/emergenziali – straordinarie per l’appunto – e per questo si caratterizzano per avere meno servizi rivolti all’integrazione delle persone. La permanenza in questi luoghi dovrebbe infatti essere limitata a un periodo molto breve, in attesa che vi sia posto nei centri di seconda accoglienza, gli SPRAR

Quindi per non perderci tra le sigle, teoricamente l’accoglienza dei richiedenti asilo era stata pensata così:

  • HUB = permanenza brevissima
  • CAS = permanenza breve solo se, per situazioni straordinarie, non c’è posto nello SPRAR
  • SPRAR = sistema di accoglienza secondaria volta ad avviare percorsi di integrazione sul territorio per chi sta aspettando l’esame della propria domanda d’asilo e per chi l’ha già ricevuto l’esito.

Di fatto, i CAS in molti luoghi d’Italia sono stati l’unica forma di accoglienza presente e le persone hanno iniziato a viverci in via permanente e non temporanea.  Da ottobre del 2018 lo sono anche di diritto in quanto, con il Decreto Sicurezza, il sistema è stato riformato e solo coloro che sono già titolari di protezione (internazionale o speciale) possono accede allo SPRAR che ora si chiama SIPROIMI, ma non addentriamoci troppo se no ci perdiamo. 

Tornando all’HUB Mattei, a marzo 2019 è uscito il nuovo bando di gara per la gestione del centro che da quest’estate diventerà a tutti gli effetti un CAS, quindi un luogo in cui le persone vivranno stabilmente.

Questo bando ha seguito le nuove misure di gestione dell’accoglienza dei richiedenti asilo proposte dal governo giallo-verde che prevedono la realizzazione di enormi centri di accoglienza con una riduzione drastica dei servizi per l’integrazione (solo per dirne qualcuna: spariscono i corsi di italiano e si riducono drasticamente molti altri servizi come le mediazioni, il supporto alla ricerca del lavoro e l’assistenza legale).
Ve l’avevo detto all’inizio che anche la mia perdita del lavoro c’entrava anche con questa storia, no?

Comunque, si apre la gara, alcune cooperative partecipano, si chiude la gara, si aprono le buste e si inizia ad esaminare le proposte per capire chi si aggiudicherà la gestione della struttura a partire dal 1 luglio 2019. 

Bene. Tornando a me sull’autobus ieri pomeriggio, praticamente venerdì sera la Prefettura di Bologna ha comunicato anche entro il 14 giugno, cioè la settimana prossima, il Centro Mattei verrà svuotato per ristrutturazione. Nel Centro ci sono due 2 nuclei familiari e alcune ragazze che verranno trasferiti in strutture locali mentre la maggior parte degli ospiti, 144 uomini di età dai 18 anni in su, saranno trasferiti a Caltanisetta, che non è proprio dietro l’angolo. 

Questo apre tutta una serie di questioni gravissime che cercherò di spiegare in modo breve e chiaro: 

  1. PERSONE O PACCHI POSTALI? Ne ho conosciuti tanti dei ragazzi e degli uomini che vivono nel Centro. Vorrei dire le cose come stanno fuori da ogni possibile banalità sentimentale e retorica. Che ne sarà delle reti formali ed informali che queste persone erano riuscite a costruire sul territorio? Al centro Mattei ho conosciuto ragazzi che sono riusciti in pochi mesi ed in totale autonomia a imparare l’italiano, ad inserirsi in associazioni e gruppi di volontariato e anche a trovarsi un lavoro. Che ne sarà di tutti questi sforzi? Quanta poca lungimiranza ci può essere nello sradicare dal giorno alla notte persone che hanno investito tutte le loro risorse nell’avviare un percorso di integrazione sul territorio?
    Nel Centro poi ho conosciuto anche persone molto vulnerabili, vittime di torture o di altri grossi traumi, per i quali in alcuni casi siamo riusciti anche ad avviare una presa in carico medica con i servizi presenti sul territorio. Che ne sarà di tutto questo una volta arrivati a Caltanisetta?

2) E I LAVORATORI? Al momento al Centro Mattei lavorano 35 persone che perderanno il lavoro , con solo 7 giorni di preavviso, senza che sia stato aperto alcun tipo di confronto sindacale per la gestione del calo occupazionale. Com’è possibile che la Prefettura e quindi lo Stato gestisca in questo modo ciò su cui si basa la nostra Repubblica, cioè il lavoro? Io li conosco quasi tutti i ragazzi e le ragazze che lavorano al Mattei. Si tratta di persone giovani e preparate che ce la mettono tutta per provare a rendere quel luogo vivibile. E vi assicuro che non è facile nel momento storico in cui viviamo con le risorse che calano sempre di più, il clima d’odio che si respira e contratti di lavoro sempre più precari.

3) QUALE RISTRUTTURAZIONE? Il Mattei nasce come centro di detenzione, diventa luogo di passaggio e poi luogo di permanenza. Con il cambiare della sua natura, è doverosa una riqualificazione della struttura ma non era necessario svuotarla. Il Mattei è un posto enorme, ha accolto più di 1000 persone nel periodo dei grossi sbarchi. Al momento gli ospiti sono meno di 200. Si potrebbe tranquillamente ristrutturare per zone d’intervento lasciando gli ospiti all’interno. Poi mi chiedo, perchè proprio Caltanisetta? Possibile che non ci siano dei luoghi che possano essere adibiti all’accoglienza in aree limitrofe? 

La scelta della Prefettura appare molto più una scelta politica che gestionale, perfettamente in linea con le misure prese dal Governo nell’ultimo anno: approccio emergenziale a una questione strutturale senza una pianificazione sul breve e lungo termine, abolizione di tutti i servizi volti all’integrazione delle persone, totale disumanizzazione dei richiedenti asilo che vergono trattati come delle zavorre di cui liberarsi, smantellamento di tutto quello che si era costruito in termini di accoglienza negli anni precedenti ed esclusione dei professionisti (questo siamo) dalla gestione del fenomeno. 

Ho deciso di condividere con voi questa parte della mia vita perchè mi sembra che quando ci si mette la faccia le cose prendano un altro sapore. Quel posto è stato il mio lavoro, la vita di quelle persone si è incrociata anche se per poco tempo con la mia e lì dentro sono accaduti gli episodi (sia belli che brutti) più formativi della mia vita professionale ma in un qualche modo anche personale. 

Se vi va vi chiedo di condividere il più possibile quello che sta succedendo proprio dietro casa nostra e di continuare a seguire questa vicenda. Sento spesso dire che sharing is caring e ho iniziato a crederci pure io. 

Se volete anche esserci fisicamente, e sarebbe bellissimo se ci foste, ci vediamo domani, lunedì 10 giungo dalle 9 in poi sotto la Prefettura per il presidio. 

Maggio 2019 – preferiti e non del mese (come una vera youtube mancata)

Se come me avete passato la maggior parte del vostro tempo libero su youtube a guardare video sui preferiti del mese (ho smesso solo perchè non li fa più nessuno, mica per altro), potrete capirmi quando vi dico che

DOPO AVER PARLATO DI MESTRUO, ANSIA E DISOCCUPAZIONE, RIVENDICO IL MIO DIRITTO A PARLARE DEI PREFERITI DEL MESE ANCHE SE NON VI INTERESSANO. 

Non parlerò di trucchi, sia chiaro. Almeno non penso. 
Dovete sapere che per un tempo fin troppo lungo della mia vita ho avuto un interesse morboso per i tutorial di makeup su youtube. Poi ho smesso per tre ragioni:
1- ho provato ad infiltrarmi nel club dei minimalisti e guardare il mio cassetto dei trucchi strabordante mi creava troppi sensi di colpa.
2- ho lasciato il nido di mamma e papà e un cassetto intero per i trucchi nel nuovo bagno non era pensabile quindi mi sono limitata a uno di tutto e basta.
3- mi sono resa conto che anche se guardo tutti i tutorial di trucco del mondo alla fine mi trucco sempre allo stesso modo e la mia amica, che per privacy chiameremo C., continua a farsi lo smoky eyes meglio di me usando le dita invece dei pennelli. 

Tutto questo per dire che mi va di raccontarvi le vette altissime toccate questo mese ma senza invogliarvi a comprare trucchi (anche se, per la cronaca, ho comprato una terra nuova che spacca).  

Maggio 2019. L’altro giorno in bus ascoltavo Caterina Caselli e mi sono detta che maggio poteva essere tranquillamente riassunto nella frase “si muore un po’ per poter vivere” perché è stato un mese di spegnimento lento, di saluti a ripetizione e di giorni di pioggia un po’ vegetativi in attesa di voltare pagina ma siamo arrivati in fondo. 

1 maggio – avrei potuto festeggiare per la prima volta nella mia vita la festa del lavoro da lavoratrice con un vero contratto di lavoro se solo 48 prima l’ufficio del personale mi avesse comunicato che a fine mese sarei stata silurata (è stato un piacere, arrivederci e grazie!). Presa dalla voglia di uscire di casa, cercare il karma e prenderlo a sberle, decido invece di riversare tutte le mie frustrazioni on myself e raccontare online quanto sia piacevole vivere la mia vita. Apro ufficialmente il blog. Clap your hands if you want some more [cit.]

3 maggio – in aereo per Londra leggo su L’Internazionale questo articolo su un medico di qualche stato americano che faceva la fecondazione assistita a praticamente tutti quelli che glielo chiedevano in città ma si era dimenticato di dirgli che usava il suo sperma e ora lui è morto e la gente ha paura di uscire con un fratellastro e farci figli. Davvero inquietante. Se potete recuperatelo perchè era tutto talmente assurdo che ci ho pensato per 3 giorni. 

4 maggio – Mi trovo a Londra e decido di andare al concerto di Lee Fields. Lui un po’ invecchiato rispetto all’ultima volta, troppe coppie a limonarsi intorno a me, la febbre che inizia a circolarmi in corpo ma ne esco felice. La novità è che al concerto ci sono andata da sola. Io faccio molte cose da sola. Non sempre mi muovo disinvolta nella mia vita in solitaria ma alla fine mi sono divertita. Ho ballato, ho bevuto, mi sono fatta due risate con le inglesi ubriache nel bagno e ho origliato le conversazioni delle coppiette intorno a me (quando non limonavano). 

18 maggio – San Cesario sul Panaro. Piove tutto il giorno quindi visito solo la casa della mia amica che per privacy chiameremo G. e del suo cane che per privacy chiameremo D(ora). Nella pace dei sensi a San Cesario sul Panaro, mentre bevo te alla menta con i braccio la Dora e da fuori si sente solo il rumore degli scrosci d’acqua che scendono, scopro il gruppo del mese (o forse della vita): La rappresentante di lista.
Da due settimane a questa parte ascolto ininterrottamente: 
Maledetta tenerezza,
Giovane femmina
Siamo ospiti
Guarda come sono diventata (che abbiamo deciso essere la mia canzone della vita).
Ma come facevo prima senza? 

Aggiungo all’heaven di San Cesario sul Panaro, il ristorante indiano Bella Italia di Castel Franco Emilia. Buonissimo tutto, attenzione solo al pane indiano a garlic (aglio) se avete intenzione di avvicinarvi al genere umano nei 6 mesi successivi (ma non rientra nei mei piani quindi a posto).
In questo quadro idilliaco mi ero dimenticata di dirvi che sul treno cado miserabilmente dalle scale e mi faccio un ematoma grande come la mia faccia nella chiappa destra dopo aver deriso un inglese ubriaco al concerto di George Ezra la sera prima che aveva fatto uguale sulle scale della metro. L’ho detto che il karma mi odia, no? (In realtà non avevamo deriso la sua caduta ma il suo modo di fingere di non essersi fatto nulla e ovviamente il giorno dopo anche io ho fatto uguale).  

22 maggio – non trovo ancora le parole per raccontare quello che è accaduto. Provo a dirne alcune: Mahmood e incontro ravvicinato con Mahmood (foto inclusa) al quale presa dall’emozione riesco solo a dire: “Lo scorso weekend ci siamo guardate l’Eurovision per te (a San Cesario sul Panaro)”, che è un po’ una cazzata considerando che io appena hanno iniziato lo spoglio dei voti con i collegamenti in diretta nei vari Paesi mi sono addormentata male. Per chi non lo sapesse, i vari paesi includono anche luoghi remoti come l’Australia ed Israele – d’altronde si chiama Eurovision – e ci sono sempre dei soggetti improbabili che dicono “What a great show tonight!!!” e ci mettono 30 minuti a Paese a dire finalmente a chi danno i voti).
Comunque Alessandro (Mahmood) mi guarda come per dire “Ma sta qua?!” però lo fa con la sua aria da cucciole quindi mi sento comunque onorata ed innamorata. 

23 maggio – vinco finalmente una partita a Dixit nella speranza che la mia amica, che per privacy chiameremo F., smetta di chiedermi di giocarci ogni volta che facciamo una cena a casa sua. 

25 maggio – sono andata a mangiare al Poporoya a Milano (c’era anche Calcutta o forse era un sosia, non siamo certe, ma comunque chissenefrega). Buonissimo. Se ci andate però portatevi dei tappi perchè la signora che porta gli ordini urla come una pazza e il boss del locale è un fan dei Mattia Bazar. 

28 maggio – riesco finalmente a cucinare una frittata decente in vita mia. Il trucco sono il latte ed il formaggio, altrimenti non viene. Lo sapevate già immagino ma ora lo so pure io. 

NON preferiti del mese: risultati delle elezioni, sono di nuovo disoccupata, due patacche di olio su uno dei miei vestiti preferiti che non hanno intenzione di andarsene, la decisione di Meghan e Harry di chiamare il figlio Archie (ma non sono fatti miei).

Spero che anche voi abbiate passato un bel maggio. Il mio voto è un meritato 7 e mezzo. 

Allora ragazze se anche voi avete dei preferiti del mese lasciatemi un commentino qui sotto, spolliciate il video e attivate la campanella per ricevere le notifiche e non dimenticate di condividere con un’amica! 

Ok la smetto. Meno tutorial di makeup su youtube e più blog che fanno ormai vintage per tutte/i.  

ANSIA(mi)

Ci sono parole che non sta bene pronunciare e ci sono parole che si ripetono talmente tante volte da diventare degli intercalari familiari nei dialoghi di tutti i giorni.
C’ho l’ansia. Sto in ansia. Che ansia.  Ansia.
Non mi stupirei se venisse fuori che la parola più pronunciata dalla mia generazione, dopo like e wifi, fosse proprio ansia. 

Eppure mi sembra che di ansia si parli troppo poco. Nonostante pare che ormai tutti abbiano l’ansia, manco ce l’avessero iniettata nella culla ad uno ad uno appena sfornati, non vedo in giro grandi manovre per affrontare il problema. 

Secondo me, il tabù dell’ansia è proprio questo: abusiamo della parola ansia ma poi non ci è dato andare oltre. 
Non si può dire che si SOFFRE di ansia. 
Non si può dire che non si esce di casa perchè c’hai l’ansia
Non si può dire che non ci si è ancora laureati perchè c’hai l’ansia
Non si può dire che non si guida perchè c’hai l’ansia
Non si può dire che non ci si è presentati a un colloquio perchè c’hai ansia
Non si può dire che non dormi perchè c’hai l’ansia
Non si può dire che non vai ai concerti perchè c’hai l’ansia
Non si può dire che si va in terapia perchè c’hai l’ansia

Tanto cosa vuoi che sia? Basta che bevi una camomilla, fumi una sigaretta, ti fai due bei respironi e via si riparte.
Anche io ho creduto fosse così. Ho sempre avuto intorno persone che soffrivano di ansie e ho sempre sminuito le loro emozioni. Mi innervosivo davanti all’immobilità, alle lamentele, alle lacrime. Ma che ci vuole? Vai, fai. È colpa tua se non ci riesci, non ti sforzi abbastanza.
E poi. 
Poi chi di spada ferisce di spada perisce. O per dire le cose come stanno, alla fine quello che ti irrita degli altri, non ti sta parlando di nient’altro che di te stesso.

Per farla molto breve, nel 2014 ho rischiato di morirci di ansia. Era da un po’ che non stavo bene anche se dall’esterno sembrava essere tutto ok. Era partita come una cosa da niente. Non sono pronta per l’esame, vado al prossimo appello. 

Più rimandavo gli esami, più mi chiudevo in casa a studiare e meno riuscivo ad imparare. Pensavo e ripensavo che non ce l’avrei fatta, che il tempo intanto passava e io non riuscivo più a starci dietro, spendevo ore a programmare e riprogrammare lo studio e gli esami che avrei dato, a rimproverarmi per quello che avrei dovuto fare prima, frustrazione su frustrazione, sempre con la mente al prima e al dopo, mai al qui ed ora. 

A dire il vero, in quel periodo mi ero un po’ isolata dal mondo ma le persone intorno a me non si erano preoccupate troppo. Le mie cose le facevo, forse ero diventata una persona un po’ più noiosa di prima… Uscivo meno, ero la prima ad entrare e l’ultima a uscire dalla biblioteca ma sembrava andarmi bene così. Infondo cosa c’era di male a tenere allo studio, alla media, alla laurea?

Se mi riguardo indietro ora, mi sembra invece che dentro di me ci fosse tutto quello che non volevo essere e non avrei mai voluto scegliere per me stessa. Ero diventata una persona arrabbiata, sempre nervosa (con le persone con cui potevo permettermi di esserlo), invidiosa, frustrata, giudicante

Sapevo che qualcosa non stava andando ma non capivo cosa e provavo a gestirlo da sola. Faccio questo esame poi andrà meglio, dopo la laurea sarà tutto diverso e poi… e poi… e poi… e invece le cose andavano sempre peggio, esame dopo esame prima, appello rimandato dopo appello rimandato poi… 

Arrivo a maggio 2014 e succede una cosa imprevista, il mio corpo dice basta e lo fa con un sintomo diabolico, l’insonnia. 
All’improvviso smetto di dormire. Questa cosa dura 10 infiniti giorni in cui dormo una media di 3 ore a notte. Divento un fantasma e inizio a pensare di essere diventata pazza. Ho davvero creduto di morire. Era un’estate torrida, c’erano 40 gradi. Io provavo a studiare ma niente, mi aggiravo come uno straccio per casa con la testa che ripeteva in loop: studia, dormi, sei pazza, hai perso tempo, la tua vita è finita, sei una fallita, sei pazza. Avevo paura di me stessa. Ricordo che un giorno arrivai a chiedere a mio padre di starmi vicino mentre provavo a dormire perché avevo paura di stare da sola. L’ansia mi stava letteralmente corrodendo. 

In preda a questo delirio, una sera raggiungo un’amica, che forse è più una sorella, che forse è più un angelo custode, in un posto in centro che fa piadine. E come sanno fare solo quelle persone che ti conoscono meglio di te stessa (e hanno studiato psicologia) mi dice due cose che mi salvano la vita: 
1 – Tu non sei questo. Tu sei altro. Ti voglio bene, ti conosco da sempre e ora non sei lucida. Sei in un loop e non vedi le cose per come sono. Fidati. Questo momento è solo un momento. 
2- Basta fingere di non avere un problema. Questa è una malattia. È come se avessi la polmonite e ti aspettassi di farla passare da sola. Ti uccideresti e a dire il vero stai facendo. Domani chiami un terapeuta e ti fai aiutare.

Poi abbiamo mangiato la piadina e da quella sera è andato tutto in discesa.

Ricordo con molto affetto quando chiamai la terapeuta per prendere il primo appuntamento, le dissi che avevo bisogno di aiuto perché stavo impazzendo e feci la stessa identica cosa entrando per la prima volta nel suo studio:

Sì buongiorno, ho un problema. Sono impazzita.

Dicevo che le cose poi sono andate in discesa. Prima ho iniziato a dormire, poi ho iniziato a studiare in modo sano e a vivere il tempo libero come tale, libero. Libero da seghe mentali inutili, da sensi di colpa, da loop degeneranti nel mio cervello. Non è stato facile. Ho vissuto giorni orribili, con pensieri devastanti nella testa provandole tutte per farli smettere (ho pure iniziato ad andare a correre). Ho dovuto passarci e ripassarci in mezzo ma ho imparato. 

Ho imparato cos’è l’ansia, ho imparato ad affrontarla, ho imparato a gestirla e a riconoscerla ogni volta che torna e impedirle di bloccarmi la vita. 

A maggio avevo smesso di dormire, a luglio ho dato procedura civile. Anche lì ho avuto accanto un’altra amica, che forse è più una sorella, che forse è più un angelo custode, che mi ha accompagnato a dare l’esame, che mi ha preso per un polso quando me ne volevo andare e che in quelle quattro ore di attesa con 40 gradi in palazzo Malvezzi mi ha fatto ridere a crepacuore commentando le follie che si vedono solo agli orali di giurisprudenza. 
Poi mi hanno chiamato e io volevo morire dentro. Prima domanda, poi seconda, poi terza. Signorina va bene, 27. Accetta? Accetto. 
Dopo ho recuperato tutti gli esami che avevo indietro, sono andata in Erasmus, ho scritto la tesi e marzo 2016 mi sono laureata in pari con quasi il massimo dei voti. 

Ma la cosa più bella è stata che arrivata alla laurea, l’evento che avrebbe dovuto svoltarmi la vita e cancellare tutte le mie ansie, l’unica cosa di cui mi importava era di aver riportato tutto alla normalità. Quelli erano solo esami e quello era solo un pezzo di carta. Sudato certo, ma che non faceva di me né una persona migliore né peggiore. 

Quello non è stato un lieto fine, dubito francamente esistano su questa terra. Dopo ci sono stati tanti altri problemi tra cui lutti, dubbi esistenziali, trasferimenti, delusioni professionali, cuori infranti ma per quanto dolorosi, aver imparato a combattere l’ansia li ha resi solo problemi. Problemi che causavano notti insonni, tantissime notti insonni a dire il vero, ma gestibili. Sia chiaro che ho pensato fossero gestibili solo una volta superati, non sono mica diventata wonder woman: superare l’ansia non anestetizza il dolore ma ti permette di affrontarlo. 

A cinque anni di distanza posso dire di essere grata di quell’esperienza (che non auguro comunque a nessuno). Soffrire di disturbi d’ansia mi ha insegnato a prendermi cura delle mie ferite, mi ha fatto conoscere quella parte di me che oggi considero la più intima e vera, mi ha permesso di accettare e amare i miei limiti e di farne la mia più bella risorsa. È sempre grazie all’ansia che ho iniziato a guardare gli altri con occhi diversi: ho imparato a non giudicare le emozioni altrui (o almeno ci provo), a riconoscere la sofferenza, ad ascoltarla e ad accoglierla. È grazie all’ansia che è entrata nella mia vita un’altra amica, che forse è più una sorella, che forse è più un angelo custode. Mi chiamò su Skype a pochi mesi da quando ci eravamo conosciute dicendomi che aveva iniziato a soffrire di attacchi di panico e pensava di stare impazzendo. E come una cura che si tramanda di amore in amore, le dissi esattamente quello che meno di un anno prima mi ero sentita dire al suo posto davanti a una piadina (numero della terapeuta incluso). 

Oggi so che l’ansia è una malattia e la notizia meravigliosa è che al contrario di tante altre malattie, con la terapia è curabile.
Giudicare chi soffre di disturbi d’ansia è come giudicare chi è malato di polmonite. Non mi permetterei mai di dire a qualcuno cose tipo: ma dai, ma quante storie, è solo una polmonite. Dai, respira che ti passa. Vai dal medico per la polmonite? Sei uno sfigato. Va beh dai non lamentarti, tu hai la polmonite ma cosa credi che io non tossisca mai? è colpa tua se hai la polmonite, dai tirati su.

Maggio è il mese della salute mentale e io ci tenevo a condividere questa parte della mia vita perché so che ci si sente molto soli e molto giudicati quando si soffre di disturbi come l’ansia o la depressione. I tabù funzionano proprio come l’ansia: più li eviti, più diventano grandi. Più li affronti, più diventano sempre più piccoli e normali, fino a scomparire. Una figata, no?

Quando Filippo è arrivato e ha cambiato la mia vita

Caro boy, 

Oggi vorrei raccontarti una cosa. 

Non te l’ho raccontata prima perché mi hanno sempre detto che i panni sporchi si lavano in casa propria e che di certe cose era meglio che tu non ne sapessi niente. Poi però a forza di lavare questi panni da sola mi è venuto in mente che forse se sapessi quanto è faticoso farlo mi daresti una mano. Ne avrei proprio bisogno, sai? 

Ci sarebbero un sacco di parole e di giri di parole che potrei usare per farti capire quello di cui vorrei parlarti oggi ma tutte queste espressioni sono brutte. Non so se sia perché mi hanno sempre detto che quella cosa di cui vorrei parlarti è una cosa di cui mi dovrei vergognare o se sia solo una questione di vocali e consonanti accostate male. 

Per ora chiamiamola Filippo, ok?

Per farla breve, un giorno è arrivato Filippo. Me l’avevo detto che prima o poi sarebbe arrivato. È arrivato quando meno me lo sarei aspettata, come quegli amori che ti cambiano la vita. Filippo è arrivato in una calda sera d’estate mentre ero al mare in villeggiatura con mia nonna nel direi 2002/2003, non ricordo. 

É arrivato e non se n’è più andato. Da allora torna ciclicamente a trovarmi senza avvisare. Tendenzialmente quando ho un appuntamento, sono in vacanza o devo correre una maratona (scherzo, non ho mai corso nessuna maratona)

Io a Filippo non ho mai chiesto di tornare. Non sai le scenate di gelosia che mi sono dovuta sorbire da certi boys. “Di nuovo Filippo?”, “Se dormi con Filippo allora io torno a dormire a casa mia”. Ma ti ripeto, io Filippo non l’ho mai invitato e manco mi piace restare da sola con lui. Poi pensa, se Filippo un mese non arriva, i boys si prendono ancora più male, alcuni si fanno addirittura di nebbia.
Filippo oltreché appiccicoso, è pure costoso. Se consideri che da quella calda notte d’estate ogni mese mi è costato intorno agli 8 euro, in questi anni ho speso circa 1500 euro per mantenere Filippo. Per non parlare di tutti i mal di testa e mal di pancia che mi ha fatto venire e di tutto l’ibuprofene che ho dovuto comprare per sopportarlo. 

Dai ormai l’avrai capito. Filippo lo conosci pure tu. 
No, non il principe azzurro della Bella Addormentata. Dico quell’altro di Filippo…
Quello che di cognome fa Mestruazioni. 
Te l’avevo detto no che quella parola suonava male?
Mestruazioni, mestruazioni, mestruazioni. Ammetti che ti fa venire i brividi quella parola (siamo in due, non temere).
Dai non ti ho fregato, ero onesta quando ti dicevo che era una cosa di cui non stava bene parlare e letterale quando ti dicevo che si trattava di panni sporchi che ho dovuto imparare presto a gestire da sola. 

Come avrai intuito le mestruazioni sono un po’ una rottura di balle. Anche quando mi sforzo di  pensare che siano una cosa naturale, che mi allineano con i cicli lunari, che quando meno sono feconda, continuo ad essere convinta che siano innanzitutto una bella rottura di coglioni o meglio, di ovaie. 

Le mestruazioni sono un tabù enorme. Sono innominabili, imbarazzano, danno i brividi. Da sempre odio quella parola. Ricordo benissimo quando da ragazzina sentivo mia madre raccontare alle altre madri dell’arrivo di Filippo e cercavo in ogni modo di non sentire quella parola, di rimuoverla. Mi sudavano le ascelle, diventavo rossa, mi sentivo sporca. 
E tutto questo va in un certo senso avanti anche oggi. Pensa che l’unico modo per nominarle senza sentirmi a disagio è non dire il soggetto… “mi sono venute”, you know. 
Non solo noi ragazze ci vergogniamo a parlare di mestruazioni ma di mestruazioni non siamo neanche autorizzate a parlare. 
E da qui il nome Filippo. La mia insegnate di storia dell’arte del liceo non mandava mai nessuno in bagno durante le sue ore, mai. L’unico modo per essere autorizzate era dire che “era arrivato Filippo” che sostanzialmente significava sbandierare davanti a tutta la classe che sì, stavi perdendo sangue. 
Io avevo pure mio fratello che si chiama Filippo e sta roba delle mestruazioni che si chiamavano Filippo forse ha compromesso più di un po’ i nostri rapporti. 
Ho sempre trovato molto ironica questa storia. Pur trattandosi di una cosa esclusivamente femminile, l’unico nome che eravamo autorizzate a dargli ad alta voce era maschile. 

Le mestruazioni non si possono neanche far vedere. Che imbarazzo alle medie quando mi alzai dal banco e mi accorsi di avere i pantaloni pieni di sangue. Per fortuna, ai tempi, si usavano i vestiti di 10 taglie più grandi e bastava mettersi la felpa in vita e correre a casa. Non erano però mancate le prese in giro da parte dei bulli della classe e i pianti sul letto tra le braccia di mia madre. Le amicizie di una vita di sono consolidate proprio controllandoci a vicenda le chiappe. 

Anche gli assorbenti devono restare top secret. Subito veniamo istruite dall’amica che le avute prima di noi all’arte secolare di nascondere gli assorbenti. Ci sono varie tecniche: innanzitutto le tasche, se non hai le tasche puoi provare tra la pancia e la maglietta, se hai una maglietta aderente puoi accartocciarli nella mano e stringerli fortissimo (ma tanto si vedono sempre e comunque).
Il mio nascondiglio preferito però resta quello che definirei a matrioska ovvero mettere l’assorbente dentro una pochette, mettere la pochette dentro una trousse, mettere la trousse dentro l’unica tasca con la cerniera della borsa e andare in bagno con tutta questa roba sperando che ci sia almeno un attaccapanni o un termosifone a cui appoggiarti.
Tutto questo perchè tenere in mano un assorbente pulito avvolto in una plastichina dal colore accattivante crea vergogna anche se non siamo più alle medie.
Poi ci sono delle cose super divertenti… Tipo quando girano leggende medievali assurde come quella che dice che fare il bagno con il ciclo non fa bene. Ti rendi conto? Ti dicono che fai schifo perché perdi sangue e pure che non puoi lavarti se no blocchi il ciclo. (La verità è che non si blocca un bel niente, ricordo docce eterne nella speranza che finissero e no, non finiscono). 

Insomma boy, io non ho mai sentito nessuna di noi felice di avercele. Mai. (L’unica eccezione è se non ti venivano da un po’ e già ti aspettavi di trovare la cicogna sul tetto. Allora le ami tantissimo. Ma è l’unica eccezione). 
Vivere così è sfinente. Nascondersi è sfinente, dover fare tutto come se niente fosse mentre senti le tue ovaie suicidarsi dentro, è sfinente. Lo è anche dover lottare con un sacco di pregiudizi che dicono che diventiamo delle pazze isteriche ogni 28 giorni del mese. Ma non pensi che anche tu diventeresti un pazzo isterico a vivere così? Con un fiume in piena tra le gambe da tenere nascosto?

Boy, we need you. Davvero. Le mestruazioni non possono più essere considerate una cosa che riguarda solo noi. Ma lo sai che i tuoi rasoi sono tassati al 4% mentre gli assorbenti al 22%? Eppure tu senza raderti sei un hipster figo, io senza assorbenti non potrei uscire di casa (cosa che accade in molti paesi del mondo tra l’altro). 

Hai un privilegio boy, non hai il ciclo. Non avere il ciclo è un privilegio, penso che tu ormai l’abbia capito. Ed è per questo ma ci devi aiutare perchè siamo più della metà della specie umana presente sulla terra e siamo sfinite. Se ci pensi questa cosa delle mestruazioni torna utile anche a te visto che senza la specie umana sarebbe già bella che estinta. Noi ci prendiamo questa incombenza per portare avanti il genere umano (certo che servi anche tu, ma ammettiamolo, i tuoi oneri riproduttivi sono molto più piacevoli dei nostri), tu però dacci una mano. E non perchè devi essere il nostro principe azzurro virile pronto a portarci in salvo ma perchè siamo degli esseri umani e il nostro diritto alla salute include anche avere le mestruazioni in modo dignitoso.

Come? Ecco 5 cose che puoi fare da ora per aiutarci (e fidati non c’è nulla di più sexy di un uomo che rispetta le donne):

  • NON DERIDERCI: basta battute sul ciclo. Ormai l’hai capito perchè siamo isteriche in quei giorni del mese e perchè abbiamo bisogno di andare in bagno in coppia, penso non avrai più voglia di riderci su neanche tu. Noi invece possiamo continuare a scherzarci sopra. Perchè? Perchè per noi è sopravvivenza, per te è sopraffazione. Non farlo. Puoi essere migliore di così.
  • SCANDALIZZATI: il governo la settimana scorsa ha bocciato la proposta di ridurre l’iva sugli assorbenti dal 22 al 4%. Scandalizzati come se anche tu dovessi comprare gli assorbenti ogni mese (e proponi alla tua morosa di inserire i suoi assorbenti tra le spese comuni). 
  • GUARDATI ATTORNO: se condividi un bagno (per esempio in ufficio) con delle donne, assicurati che ci sia un attaccapanni o una mensola dove sia possibile appoggiare le proprie cose e anche un cestino, così non dovremmo più uscire dal bagno con i nostri assorbenti sporchi in mano o tenerceli nella borsa. Potresti anche proporre che nel tuo ufficio, così come la carta igienica, ci siano degli assorbenti a disposizione. Comportati come se anche tu avessi il ciclo.
    Ma perchè non lo fate voi? Hai ragione. Non è semplice con tutta la vergogna che c’è attorno all’argomento ma ci proviamo. Se tu ci aiuti però facciamo prima. Perchè? Perchè sei un uomo e la tua parola conta di più della nostra anche se né tu né io vorremmo fosse così. 
  • NON PRENDERLA SUL PERSONALE SE ABBIAMO IL CICLO: ognuno gestisce il sesso durante il ciclo come vuole ma non farci sentire in colpa per avere il ciclo. È da stronzi e tu non sei uno stronzo. 
  • DILLO AD ALTA VOCE: faccio fatica pure io ma ci ci dobbiamo provare. Diciamo 10 volte ad alta voce quella parola. Mestruazioni, mestruazioni, mestruazioni, mestruazioni, mestruazioni, mestruazioni, mestruazioni, mestruazioni, mestruazioni, mestruazioni. Finché non inizieremo a parlarne resterà un tabù e i tabù ci fanno male. Creano segregazione e sottomissione. Ci fanno sentire piccole e fragili. Ci fanno provare vergogna e voglia di nasconderci e noi non possiamo più permetterci di farlo 5 giorni al mese per 30 anni. 
  • +1: Mentre scrivevo questo post, per sicurezza, ho controllato online la questione dell’iva sugli assorbenti. É bastato scrivere su google “iva + assorbenti” perchè mi apparissero dichiarazioni esilaranti di politici uomini sul tema. “Usate la coppetta mestruale”, “Usate i pannolini lavabili perchè non inquinano”. Ecco, lovely boy, questo si chiama MANSPLANING. Non farlo. Ti rende ridicolo e ci fa del male. Per tua fortuna non saprai mai cosa significa avere le mestruazioni, non spiegarci come dovremmo gestirle e come dovremmo sentirci a riguardo. 

Grazie, lovely boy, per avermi ascoltato. Lo so che non è facile rimboccarsi le maniche e mettersi a lavare i panni sporchi degli altri. Ma ormai l’hai capito che questi panni sono pure i tuoi, no? 

Elezioni europee 2019: come arrivarci senza l’ansia da prestazione.

Nelle ultime settimane più di una persona mi ha chiesto di aiutarla a capirci qualcosa delle elezioni europee (aka dirgli chi votare). 

Questa nomina ad influencer elettorale mi lascia perplessa ma sono riuscita a darmi una spiegazione: le elezioni mandano le persone come me nel panico. 

Ogni volta che c’è da votare, io mi sento in colpa. Sono nata e cresciuta in un contesto (Bologna, anni ’90) molto fertile dal punto di vista dell’impegno politico e civile, sono stata educata a “pensare collettivo” e a credere che la partecipazione sia un bellissimo diritto ma anche un dovere. 

Sono poi passati 20 anni da quando cantavamo “Bella ciao” alla festa di fine anno sulle scale della scuola elementare e di quella promessa collettiva non è rimasto molto. 

Potremmo iniziare una litania infinita su perchè noi giovani (siamo ancora giovani, vero?) non crediamo nella politica (prima venne Tangentopoli, poi la seconda Repubblica, poi Berlusconi, poi la crisi, poi gli smartphone, ecc …), quello che invece vorrei sottolineare è che nonostante le delusioni e disillusioni molti di noi a votare ci vanno ancora

Il problema però è che siamo talmente distaccati dalla vita politica (colpa loro – colpa nostra, non è il punto) che, pur sentendoci in dovere di recarci alle urne, non sappiamo che pesci pigliare e ci tocca anche un po’ l’orgoglio ammettere la nostra incompetenza in questo mondo di tuttologi

Come uscire allora dal seggio segna rimpianti? Ecco i miei personalissimi consigli: 

NIENTE SCORCIATOIE: ho ormai accumulato un certo numero di timbri sulla scheda elettorale e l’esperienza mi ha insegnato che informarsi il giorno stesso non è molto furbo. Si torna in un attimo nel panico liceale da “domani mi interroga su tutto il programma e non ho ancora aperto libro” e francamente io vorrei lasciare le ansia scolastiche al loro posto, il passato. Le elezioni sono una questione complessa e, come tutto ciò che è complesso, richiedono tempo e sforzo. Non esistono risposte immediate. Prenditi il tempo necessario per informarti. Mancano due settimane alle elezioni, hai tutto il tempo per arrivarci preparato. Oggi è il giorno buono per iniziare. 

CHIEDITI PERCHè: Prima di iniziare a informarti, chiediti perché vai a votare. Parlavo l’altro giorno con una persona che mi diceva che voterà il partito che le offrirà di più, come se scegliere un partito fosse uguale a scegliere un abbonamento in palestra. Personalmente partirò da questa domanda: che tipo di Europa voglio creare? Cosa posso offrire io all’Europa con il mio voto? Già rispondere a questa domanda ti aiuterà a fare chiarezza su che strada percorrere. Voglio un’Europa più securitaria o più aperta? Più verde o più grigia? Con più poteri o meno poteri? Non importa se poi non troverai un partito che risponda al 100% alla tua idea d’Europa o di cui riuscirai davvero a fidarti, non puoi iniziare la tua ricerca senza sapere cosa stai cercando. 

CHIEDITI COSA. Lo sai per che cosa si vota? Come funzionano le elezioni? Cosa devi scrivere sulla scheda? Quando si vota? Non è un’interrogazione, non c’è nulla di male a non sapere queste cose. L’ignoranza è una colpa solo nel momento in cui la si accetta. Sta mattina mi sono svegliata e non avevo poi così chiare le risposte alle domande di cui sopra. Ecco alcuni link utili per avere risposte concise e chiare su cosa siamo chiamati a votare e come funzionano le elezioni europee. 

http://www.europarl.europa.eu/italy/it/elezioni-europee-2019/ee2019-istruzioni-per-l-uso

CHIEDITI CHI. Qui è dura, lo so. Puoi partire dai candidati o dai partiti ma secondo me dovresti passare per entrambi. Una persona mi disse una volta che avrebbe votato un candidato di Lega perché lo conosceva ed era una brava persona. Capisco il ragionamento ma non lo condivido. Essere una brava persona è il minimo per chi fa il politico. Puoi essere anche una persona affidabile, pragmatica e illuminata ma se quelle doti le metti a disposizione di un programma che non condivido, mi dispiace ma per te la miss/mr candidato ideale finisce qui.

Forse la cosa più sensata è fare una prima scrematura. Io so già che alcuni partiti non avranno mai il mio voto e in un’ottica di tempo e risorse limitate, non proverò neanche a leggere i loro programmi. Sarebbe molto utile farlo per capire da che parte sta girando il mondo ma ora devo restare focalizzata sulla mia scelta elettorale. In tutti i siti dei partiti candidati e dei gruppi europei ci sono video, documenti, slogan. Fai una ricerca, leggi, ascolta. 

Non devi sapere tutto di tutti, non serve. Again, non sei più a scuola. Tieni presente che quando prendiamo una decisione non abbiamo mai tutti gli elementi per capire quale sia davvero la scelta migliore. Leggendo i programmi però potrai almeno intuire se chi parla ha davvero un’idea di quello che dovrà fare per te o se sono solo belle parole per rimorchiarti. 

Ecco alcuni siti che ho guardato sta mattina e mi sembrano utili in questo senso: 

http://www.europarl.europa.eu/about-parliament/it/organisation-and-rules/organisation/political-groups

Io posso dirmi esperta di un’unico argomento, l’immigrazione. Per mia (s)fortuna, tutti i programmi toccano questo punto. Penso quindi che partirò da quello, non potrei mai prescindere dalle posizioni di un partito su questo argomento per scegliere chi votare. Magari se anche tu conosci bene un settore, ci lavori dentro o ti interessa perché che ne so, stai pensando di aprire un’attività, allora potresti partire dall’informarti sulle posizioni dei vari partiti su quel tema. 

Ultima cosa che mi viene in mente, i candidati. Qui è durissima. Come si fa a fidarsi di un candidato dal nulla? Io avevo solo una candidata che ero certa avrei votato questo giro perché la seguo da anni ed è una persona che si è conquistata la mia fiducia. Ho scoperto sta mattina che non si ricandida alle europee (per la serie never a joy). La cosa più sensata forse sarebbe prepararsi psicologicamente a farsi venire l’emicrania e ascoltare un po’ di dibattiti in tv, ma non assicuro risultati. 

NON DELEGARE. In un mondo smart come questo, leggere i programmi elettorali è demodè. Il problema è che se chiedi a qualcun altro di farti un riassunto, quel qualcun altro rimasticherà la sue informazioni, ti darà la sua versione, si concentrerà sui punti che a lui/lei interessano di più. Per questo devi andare alla fonte anche se è uno sbatti. E ti prego, non fare quei test improbabili che si trovano online per sapere che partito votare. A me i test piacciono ma vanno bene solo se sei sotto l’ombrellone e devi capire quanto sei bad girl, che tipo di vacanza sei e quanta voglia hai di innamorarti (è bastato scrivere “test cosmopolitan” su google per trovare queste perle). 

Non mi vengono in mente altre cose, vorrei concludere solo dicendo che a me votare piace. Mi piace tornare alla mia scuola elementare e vedere tante persone che fanno la stessa strada con la scheda elettorale in mano, qualunque sarà poi il partito che sceglieranno. Mi fa sentire ancora parte di qualcosa ed è una sensazione che poche occasioni riescono a darmi. Forse oggi ai bimbi della mia scuola elementare non gliela fanno più cantare “Bella ciao” ma ogni volta che ripercorro quei corridoi mi sento grata per l’eredità che ho ricevuto e mi viene voglia di farmi tornare un briciolo di speranza nella politica, se non per me, per quei marmocchi adorabili che dopo lo spoglio delle urne torneranno a studiare sui miei stessi banchi. Sì, mi sa che sto invecchiando. 

Buona informazione a tutte e tutti.